Da AGI al Secolo XIX, passando per RaiNews e Ultimora Politics: cosa ribolle nella pentola dell’informazione italiana

Situazioni di agitazione, possibili acquisizioni contestate dalla politica, veti incrociati per commenti sui social: l'Italia dell'editoria non sta bene

29/03/2024 di Gianmichele Laino

La frase sono tempi duri per l’editoria italiana è un qualcosa che stiamo sentendo da anni, forse da decenni. Il problema è che, di solito, quando si tocca il fondo poi – a un certo punto – si cerca di risalire. Invece, nel nostro caso, stiamo sprofondando sempre più in basso e la situazione non accenna a migliorare. O quantomeno a invertire la sua rotta. Ce la possiamo prendere quanto vogliamo con le grandi aziende di Big Tech, da Google a Meta, a causa del loro potere eccessivo nella distribuzione delle news, nel ruolo che si sono ritagliati negli ultimi dieci anni, con la complicità (resa un po’ meno grave solo dall’illusione di trovare fonti di introiti alternativi) degli imprenditori dell’editoria italiana. Tuttavia, dobbiamo renderci conto di quanto il problema sia in realtà strutturale, nella qualità del lavoro giornalistico, nelle condizioni generali all’interno delle quali i giornalisti operano, dal sistema diciamo così istituzionale dell’editoria, negli scontri ormai radicati tra le redazioni e i gruppi imprenditoriali che si trovano on top. E – non in ultimo – al grande crollo della fiducia che i cittadini lettori hanno nei confronti del mondo giornalistico. Lo stato dell’editoria italiana, dunque, è piuttosto comatoso, come hanno dimostrato negli ultimi giorni le voci sull’acquisizione da parte dell’imprenditore Angelucci di quote dell’agenzia di stampa AGI, la vendita del Secolo XIX al gruppo MSC, i comunicati stampa al vetriolo dell’Usigrai per lo stato dell’informazione a Rainews, le riflessioni sul proprio futuro legate al progetto Ultimora Politics. 

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Stato dell’editoria italiana: gli ultimi casi preoccupanti

Come abbiamo visto da questo elenco panoramico, la natura dei progetti coinvolti da situazioni piuttosto delicata è decisamente trasversale. Parliamo, ad esempio, di un’agenzia di stampa, di uno storico giornale cartaceo italiano, del servizio pubblico radiotelevisivo e di un progetto che nasce e si sviluppa attraverso i social network.

Il caso della possibile acquisizione di quote dell’AGI da parte di Antonio Angelucci per una cifra che, si vocifera, possa essere di 30 milioni di euro è abbastanza emblematico: l’imprenditore e politico (attualmente deputato della Lega, sebbene le sue presenze in parlamento siano molto ridotte in percentuale rispetto al numero totale delle sedute dall’inizio della legislatura) ha già una galassia di giornali orientati a destra, come Il Giornale, Libero e il Tempo. Il suo ingresso in AGI rappresenterebbe una questione di stato: in quanto agenzia di stampa di rilevanza nazionale, infatti, ottiene un finanziamento pubblico; inoltre, AGI è di proprietà di Eni, una società a partecipazione statale. Se ci aggiungiamo anche come le agenzie di stampa siano in realtà una fonte per tutte le altre testate (sia cartacee, sia online), allora capiamo come il fatto che un deputato della Lega, proprietario di una quota di mercato editoriale importante, che metta un piccolo piede all’interno di una azienda partecipata dallo Stato grazie a un’agenzia che riceve fondi pubblici possa far discutere.

C’è poi il caso Secolo XIX. La storica testata starebbe passando dal Gruppo Gedi a MSC, la grande azienda guidata da Gianluigi Aponte leader nel settore della navigazione. Qui il problema sta nella dismissione, avviata da quando il Gruppo Gedi è diventato di proprietà della famiglia Elkann, delle testate locali: il grande network che si era venuto a creare intorno al quotidiano principale del gruppo, Repubblica, è stato letteralmente smontato pezzo per pezzo, non senza conseguenze per i giornalisti delle testate locali e per la relativa qualità di queste ultime, costrette a trovare delle assonanze sempre più significative con quel mondo dell’imprenditoria che ha provato a salvarle o che ci proverà in futuro. Non un fulgido esempio di indipendenza.

Agitazioni varie, dalla Rai ai social

In Rai, si è parlato – non è una nostra definizione, viene chiamata così dagli addetti ai lavori – di TeleMeloni. In realtà, purtroppo, la Rai (la sua informazione, ma anche il suo intrattenimento) è sempre stato orientato dal governo in carica e quest’ultimo non fa eccezione. Tuttavia, in alcuni casi, l’operazione di “orientamento” è diventata troppo esplicita. Si leggono in questa chiave, ad esempio, i comunicati che arrivano dall’Usigrai e che, ultimamente, stanno interessando il clima e la selezione delle notizie che vengono effettuate a Rainews, la rete all news del servizio pubblico.

Infine, ultima in ordine di tempo, c’è stata la questione Ultimora Politics. 

 

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Il servizio, molto orientato ai social network, ha – nel giro degli ultimi anni – diffuso notizie di agenzia rispetto alle vicissitudini della politica italiana. Negli ultimi giorni, nel raccontare le vicende che hanno portato all’accordo politico centrista per le europee, ci sono stati dei disguidi di comunicazione rispetto all’ingresso in lista di Cuffaro e Francesca Donato. Nonostante la comunicazione di Ultimora in cui si diceva che «mai è stata rilanciata la notizia della candidatura di Cuffaro e Donato nelle liste di Stati Uniti d’Europa. La notizia fa riferimento solamente all’accordo tra Italia Viva e Nuova DC, partito di Cuffaro e dell’eurodeputata uscente Donato, riportata da ANSA», erano state ipotizzate azioni legali contro il progetto politico-editoriale. Questa notizia ha portato i responsabili del progetto a fare delle riflessioni e a scrivere di voler interrompere la diffusione dei messaggi sui social network, lasciando attivo solo il servizio ultimora.net. Mala tempora currunt.

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