«Siamo al 20%», il profilo Facebook “Monica Rossi” e il ruolo centrale all’interno della vicenda

Attraverso una delle sue tante interviste, è stato scoperchiato il vaso di Pandora delle molestie sessuali all'interno delle agenzie pubblicitarie

23/06/2023 di Gianmichele Laino

Un profilo Facebook “anonimo”, che si cela dietro lo pseudonimo di “Monica Rossi“. Ed è proprio lì, attraverso un format consolidato, che è scoppiato il bubbone delle molestie sessuali all’interno del mondo delle agenzie pubblicitarie italiane. Tutto è partito da un’intervista al famoso pubblicitario Massimo Guastini che – facendo nome e cognome – ha squarciato quel velo che neanche un podcast di Freegida (datato 2020) era riusciti a squarciare.

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Perché il caso di cui ora tutti stanno parlando e si stanno occupando ha un’origine ben precisa: lo scorso 9 giugno. Proprio in quella data, pochi minuti dopo le 8.30, il profilo Facebook di Monica Rossi ha pubblicato la sua intervista al noto pubblicitario Massimo Guastini.

Trentatré domande, con l’ultima risposta – relativa ai casi di molestie sessuali nell’ambiente pubblicitario . che ha dato vita al caso: «Sì, è proprio così. E di uno di questi molestatori seriali conosciamo bene il nome e il cognome: Pasquale Diaferia.
La questione è tornata d’attualità recentemente visto che è stato nuovamente invitato dall’ADCI a fare il mentore.
Vale a dire incontrare giovani professioniste del settore pubblicitario per valutarne il talento ed eventualmente favorirne l’ingresso nel mondo del lavoro. Ruolo e funzione per i quali servirebbero, secondo me, requisiti morali estranei a Diaferia. Perché nel ruolo di mentore dovremmo mostrare il meglio del nostro lavoro e non il peggio dell’essere umano».

Nome e cognome. Accuse che sono state ribadite dallo stesso Guastini sulla sua pagina Facebook. E proprio quella dichiarazione ha squarciato il velo di Maya. Perché da quel momento si è iniziato a parlare di una chat – in cui sarebbero stati incluse 80 persone, tutti uomini – interna dei dipendenti dell’agenzia pubblicitaria digital “We Are Social”, con moltissime donne che hanno iniziato a raccontare la loro esperienza, già emersa – ma senza una grande eco mediatica – nel podcast Freegida del gennaio 2020.

Monica Rossi, la pagina Facebook e il me too del mondo adv

E se Guastini ha dato la prima spallata, la conferma di queste dinamiche all’interno del mondo delle agenzie pubblicitarie italiane è arrivata da un’altra intervista, realizzata e pubblicata sempre sul profilo “Monica Rossi”, a Mario Leopoldo Scrima, un creativo che ha lavorato per anni in We Are Social. Proprio negli anni in cui era in vita quella famosa chat Skype che includeva solo uomini.

Un racconto di chi era presente in quella chat, che viveva quotidianamente in quell’ambiente tossico per le donne. In quel mondo racchiuso nelle ampie stanze di quell’ufficio dove circolavano fotografie prese da Instagram, commenti e giudizi sessualmente espliciti sulle donne-colleghe.

Il ruolo del profilo Facebook

Dunque, il resto è stata la diretta conseguenza del vaso di Pandora scoperchiato. Ma il ruolo fondamentale in tutta questa vicenda è stato quello del profilo Facebook “Monica Rossi”. Perché utilizziamo le virgolette? Perché si tratta, in realtà, di un profilo anonimo. Una sorta di pseudonimo. A gestire quel profilo è un uomo, un personaggio molto noto nel panorama dell’editoria che da anni utilizza quel profilo per pubblicare le sue personalissime interviste ad autori e altri personaggi dell’ambiente. Con il suo format di “33 domande”, infatti, è sempre riuscito ad andare in profondità su molti aspetti di quel mondo.

Giornalettismo lo ha contattato e chi si cela dietro lo pseudonimo “Monica Rossi” ci ha cortesemente risposto, senza però voler rilasciare alcuna intervista. Noi ci limitiamo, per dovere di cronaca, a riportare una sola dichiarazione nel nostro dialogo avuto tramite Messanger, proprio per far emergere la portata di quel che sta accadendo e di ciò che accadrà nel giro dei prossimi mesi. Ora che il velo di Maya è stato squarciato: «Ora non avrebbe senso. Sarebbe come tirare le somme di un qualcosa che non si capisce ancora bene cos’è. Siamo al 20%». Una percentuale che spiega poco, ma che rappresenta lo specchio di quel che sta emergendo nel corso delle ultime settimane.

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