Il prezioso insegnamento della madre di Ciro: «Anche se non ho studiato ho capito: è la sua natura»

Le parole della madre di Ciro accendono un barlume di speranza laddove c'è solamente dolore

di Ilaria Roncone | 14/09/2020

Trarre qualcosa di buono dalle macerie. La storia di Maria Paola e Ciro è sotto gli occhi di tutti in questi giorni. La morte della 22 enne ha acceso i riflettori, ancora una volta, sulla società maschilista in cui un uomo impedisce a una donna di scegliere con chi stare perché la possiede – il diritto di un fratello sulla sorella – e su omofobia e transfobia. L’ignoranza di base che anima questo paese sulla tematica transessualità l’abbiamo vista anche da come la delicata situazione è stata trattata nei giornali e telegiornali, con il Tg1 che è arrivato a chiamare il giovane Ciro con l’appellativo di Cira. Le parole dette dalla madre di Ciro sono una piccola goccia di luce in un mare di dolore.

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«Mia madre ci ha messo cinque anni ad accettarmi»

Non solo il racconto aberrante di ciò che la famiglia di Maria Paola diceva su Ciro e sulla loro relazione ma anche le parole di Ciro, che nella vita ha già sofferto molto per la sua giovane età. Di se stesso e di chi è Ciro lo sa da quando aveva 15 anni. Già allora si sentiva un uomo dentro il corpo di una donna – un sentire che in molti nemmeno lontanamente provano a comprendere ma che tutti si sentono in diritto di giudicare – e per lui non è stato facile mai, in nessun momento. «Ne ho parlato subito con mia madre», ha detto Ciro, «ci ha messo cinque anni per accettarlo, ma non mi ha mai lasciato solo».

Il valore della parole della della madre di Ciro

La madre di Ciro è una madre come tutte le altre. Ama suo figlio e lo ama profondamente. Mette l’amore davanti a tutto e le sue parole commentando questa penosa vicenda mostrano una donna che ha avuto bisogno di tempo per superare tutti i dogmi e i preconcetti di una cultura arretrata e primitiva ma che ha scelto di far vincere il giusto, l’amore. «Non volevo ammetterlo, sono sincera. Ho sofferto. Ho pianto»: queste le parole di Rosa per descrivere i primi momento dopo aver scoperto la natura del figlio, parole familiari per tante persone LGBTQ che si sono trovate a parlare di se stesse con i propri genitori. Rosa, però, ha una marcia in più: «Non l’ho mai trattato male. Non ci ho mai pensato a cacciarlo di casa. Mi sono sforzata di comprendere. Mi sono confrontata con le mie amiche. E anche se non ho studiato, ho capito. Meglio così, mi sono detta, che non avere più un figlio. Se si fosse ammalato, l’avrei perso. È la sua natura, è mio figlio». Le parole di questa madre distrutta e che ha sofferto insieme al figlio nella vita – non tanto per la natura di quel ragazzo ma per tutto il resto del mondo e il diritto di giudicare che misteriosamente tutti sentiamo nostro – sono una prova. La prova che un genitore che ama il figlio non ha bisogno di essere progressista, laureato, istruito, di ampie vedute per accettarlo. Gli basta essere un essere umano decente.

(Immagine copertina dal profilo Facebook di Ciro Migliore)