Luciana Lamorgese, il nuovo ministro dell’Interno che non ha (ancora) Twitter

di Redazione | 04/09/2019

Luciana Lamorgese
  • Luciana Lamorgese è stata funzionario del Viminale per diverso tempo

  • La sua azione sull'immigrazione sarà di discontinuità

  • Anche la sua comunicazione, si spera, sarà più morigerata

Un primo cambio di passo nei confronti della passata gestione del Viminale è già nei fatti. Luciana Lamorgese, il ministro dell’Interno che è chiamato a sostituire Matteo Salvini, non ha Twitter, né utilizza i social network come abituale elemento di comunicazione. Da qui un primo vantaggio: non si ripeteranno equivoci che andranno a confliggere con l’azione delle forze dell’ordine quando si tratta di comunicare delicate operazioni anti-mafia o anti-droga o, ancora, anti-terrorismo.

Chi è Luciana Lamorgese

Luciana Lamorgese, nei fatti, rappresenta e incarna la discontinuità nei confronti del Viminale targato Salvini. Originaria di Potenza, classe 1953, non rappresenta senz’altro una bandiera progressista, ma si è trovata comunque su posizioni di scontro con Matteo Salvini già in passato, proprio sul tema dell’immigrazione. Al Viminale, in fondo, lei c’è stata già, quando a occupare quella poltrona c’era Angelino Alfano. Dal 2013 al 2016, infatti, Luciana Lamorgese ha gestito l’emergenza sbarchi quando al governo c’era il Partito Democratico in tutte le sue forme (da Enrico Letta, fino ad arrivare a Matteo Renzi).

Ha potenziato il sistema di accoglienza, distribuendo incentivi ai comuni che manifestavano intenzioni di ospitare migranti, ha organizzato gli hotspot, rafforza le commissioni per le richieste di asilo. Si è rimboccata le maniche quando l’emergenza sbarchi si è fatta sentire di più. Ha continuato il suo lavoro anche quando al Viminale è arrivato Marco Minniti, nel segno della continuità.

La discontinuità di Luciana Lamorgese sull’immigrazione

Per quanto riguarda la presenza dei migranti sul territorio italiano, infatti, occorre evidenziare come la sua idea di accoglienza sia stata improntata a una sorta di senso pratico, a differenza di quella messa in campo da Matteo Salvini che, al contrario, ha scelto il pugno di ferro, la presunta chiusura dei porti e l’esposizione mediatica dei casi di salvataggio condotti dalle ong. Sarà lei a dover organizzare un impianto sostitutivo dei decreti sicurezza voluti dall’ormai ex ministro dell’Interno.

La sua frase simbolo? «Il processo di integrazione è necessario per evitare fenomeni di radicalizzazioni, se ognuno fa la sua parte, non si hanno problemi». Lo sentite anche voi questo cambio di tono?

FOTO: ANSA / MATTEO BAZZI

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