«Trovati un lavoro vero!»

Dietro le critiche, spesso c'è l'invidia: è questo il vero sentimento che scaturisce dal web?

di Il Signor Distruggere | 09/10/2020

influencer

I social network sono i principali artefici della nascita della figura dell’influencer. Una figura odiata, screditata e non compresa da tante, troppe, persone.

L’influencer viene associato alla figura del nullafacente o del miracolato, cosa che purtroppo non fa anche l’agenzia delle entrate. I blogger e gli influencer vengono infatti catalogati dall’ente come «rivenditori di spazi pubblicitari» e ovviamente lavorano con partita iva o, come nel caso dei più importanti, con delle vere e proprie s.r.l..

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La situazione fiscale degli influencer

Ogni cosa che pubblicizza l’influencer al suo pubblico deve essere chiaramente riconoscibile come tale, altrimenti l’Antitrust gli fa recapitare un multone che manco se ti beccano al casello con la Svizzera con 10 milioni di euro cuciti nei sedili della macchina. Altra cosa: gli influencer, anche se hanno la partita iva, non possono fare mai neanche un euro di nero. Questo perché se lavori con Netflix, con Mediaset, con Diesel, etc, non puoi andare a dire all’azienda che ti ingaggia «ti faccio lo sconticino se non mi fai fare fattura». Eh no, questo lo possono fare altre figure professionali molto meno odiate o proprio ignorate.

Perché ci si rivolge agli influencer?

Quando un’azienda pensa di rivolgersi a un influencer lo fa dopo un’attenta analisi della sua situazione pubblicitaria. Tutti hanno bisogno di pubblicità e fino a pochi anni fa esisteva quella in TV, sui giornali, in radio, sulla cartellonistica e quella “generica” su Internet. Grazie agli influencer si è aggiunta un’altra possibilità, quella di veicolare il proprio messaggio pubblicitario a un pubblico targhettizzato e che vive sui social network, infatti l’influencer può dire alle aziende esattamente la fascia d’età a cui si rivolge, il sesso, la localizzazione, gli interessi e altre informazioni che nessun altro media pubblicitario può fornire. Per il lancio di un nuovo cosmetico ha più senso che l’azienda si rivolga a un influencer seguito/a da centinaia di migliaia di persone interessate al make up e ai cosmetici, tipo ClioMakeUp, oppure scegliere di far leggere un gobbo alla Zanicchi sul set di un finto negozio di detersivi nelle pause su Rete4? Per essere magnanimi diciamo che sono scelte.

Chi vomita bile sul tema ritiene che il vero lavoro sia solo quello in miniera, cioè quello che richiede un certo livello di fatica, altrimenti non è lavoro. Oppure che il lavoro debba essere importante per la collettività, come può esserlo quello dell’oncologo. Purtroppo però non viviamo in questa società alternativa distopica dove devono esistere solo minatori e oncologi: fortunatamente il mondo è bello perché è vario e visto che queste critiche non provengono mai dagli studenti appena usciti dall’ultimo master sul social marketing, ma dagli abituali clienti della sagra del porco e la mela, c’è anche un certo livello d’invidia. Diciamolo: il peggiore dei sette peccati capitali. Se una persona viene pagata per farsi una settimana in un resort in Kenya la cosa può generare invidia, è semplice, è umano.

Poi certo, ci sono “i finti influencer”, ma di loro parleremo magari un’altra volta.

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