“Fondata sul lavoro”: così in 10 anni l’Italia è diventata la Cenerentola d’Europa

di Daniele Tempera | 01/05/2019

lavoro
  • Malgrado le riforme, la flessibilità e i proclami, il nostro Paese è terzo in Europa per numero di disoccupati

  • Una distanza che si esaspera durante gli anni della crisi e che ci allontana da tutti i nostri partner continentali, con il tasso di disoccupazione giovanile al 30% che fa davvero paura

  • Il primo appuntamento del nostro viaggio alla scoperta dei temi cardine delle prossime elezioni europee

“Lavoro è vita, lo sai, e senza quello esiste solo paura e insicurezza”. Non sono parole pronunciate da un capo di Stato, né da uno dei tanti imprenditori di successo della Silicon Valley. La frase è di uno dei più grandi protagonisti della musica leggera del Novecento. A distanza di decenni le parole di John Lennon rimbalzano ancora da una bacheca social all’altra alla vigilia di un altro Primo Maggio, e per molti sanno ancora di utopia.

Già, perché nella nostra Repubblica formalmente “fondata sul lavoro”, l’occupazione è un diritto che per molti assomiglia a un privilegio o a una concessione. E se gli ultimi dati Eurostat, fanno registrare timidi segnali di miglioramento, con l’Istat che certifica un +0,4% d’occupazione rispetto al mese precedente, fissando il tasso di disoccupazione al 10.2% (il dato più basso da agosto 2018) e quello di disoccupazione giovanile al 30.2% (il minimo da ottobre 2011), l’Italia è ancora la Cenerentola di un’Unione che corre nettamente a due velocità.

Si perché a un’Europa del Nord particolarmente virtuosa, con nazioni come Germania e Olanda, caratterizzate da tassi di disoccupazione che si stabiliscono attorno al 3% e un Est Europa che corre, con indici che in Repubblica Ceca sono addirittura al di sotto del 2%, si contrappone un Sud Europa fatica, e non poco. E l’Italia non fa eccezione: il nostro Paese è terzultimo per tasso di disoccupazione nella Ue, appena dopo la Grecia (18,5% di tasso di disoccapazione) e la Spagna (14%) .

Lavoro: lo spartiacque della crisi

Ma se le cause della crisi strutturale dell’economia e del tessuto produttivo italiano portano lontano, sono gli anni della crisi a far registrare il divorzio più evidente dell’Italia dall’Europa. Come evidenziato dai dati Eurostat, fino al 2012 i dati della nostra disoccupazione erano in linea sia con la media UE, sia con l’area Euro. E se, a partire dal 2008 tutti gli indici fanno registrare un aumento netto ed esponenziale, è dal 2010 che quello italiano ha un’impennata davvero vertiginoso. Il tasso medio di disoccupazione italiano supera in quell’anno quello dell’area Ue, per cominciare a scendere, in modo molto lieve, solo dal 2014 in poi.

Gli effetti della crisi sono insomma evidenti in tutto il Continente, ma è la capacità di farvi fronte che varia considerevolmente, con il Belpaese che si stacca nettamente dalla media degli altri partner europei. Sono gli anni del boom della nuova emigrazione italiana un trend che comprende sia le eccellenze, sia i lavoratori meno qualificati, giovani e meno giovani, tutti in fuga da un Paese che non riesce più a fornire opportunità adeguate ai suoi lavoratori e ai suoi cittadini.

Il nodo del PIL e i numeri che ci separano dall’Europa

E l’andamento della disoccupazione sembra essere speculare a quello del nostro PIL, come si intuisce dai grafici in basso. Anche in questo caso si vede, nei primi anni del 2000, una sostanziale contiguità della nostra economia con quelle dell’area UE che poi si infrange progressivamente. È evidente che la distanza del nostro PIL rispetto alla media UE abbia un’origine pre-crisi, ma sono proprio i momenti più drammatici della recessione a evidenziare la nostra distanza dal resto d’Europa, condannando il nostro Prodotto Interno Lordo a crescere (spesso) almeno di un punto percentuale al di sotto della media UE. Una dinamica fortemente connessa con il proliferare del “problema lavoro”e con l’esplosione della disoccupazione giovanile. Dinamiche che si è provato a contrastare, di volta in volta, con misure volte a flessibilizzare sempre di più il mercato. Ma le riforme, che hanno avuto spesso prezzi sociali considerevoli, sembrano aver avuto un impatto irrisorio, tanto sulla crescita, quanto sull’occupazione, mentre la distanza dalla UE  si è fatta sempre più pressante.

Secondo gli obiettivi 2020 che la Commissione Europea si è data, l’obiettivo per l’intera area Ue è arrivare a un tasso del 75% di piena occupazione per la popolazione lavorativamente attiva compresa tra i 20 e i 64 anni entro il prossimo anno. Per capire la distanza tra il nostro Paese e la media continentale basti pensare che nel 2017 l’area Ue si attestava sul 72,2%, mentre la media italiana era del 62,3%. Una media molto distante anche dal target nazionale 2020 concordato a livello comunitario per il nostro Paese fissato al 67% di piena occupazione.

Disoccupazione giovanile: le statistiche continuano a far paura

E lo spettro maggiore per il Paese si chiama ancora disoccupazione giovanile, ovvero quella cospicua quota di giovani, compresi tra i 15 e i 24 anni, che non studiano né lavorano. Una percentuale in calo (secondo le ultime rilevazioni ISTAT -2,5% rispetto a Marzo 2018), ma che in Italia si stabilizza ancora al 30.2%. Una cifra altissima che proietta, ancora una volta l’Italia, tra i Paesi più problematici d’Europa, dietro Grecia e Spagna. Si consideri che, anche in questo caso, la media UE nel 2018 si attestava sul 15.8%, la metà di quella italiana attuale.

Numeri che fanno riflettere e che, con quelli provenienti dal tasso di abbandono scolastico e della media dei nostri laureati, impongono la necessità di un cambio di passo e di investimenti urgenti. Perché rischio è quello di trovarsi, nel giro di qualche anno, alle prese con una vera e propria “generazione perduta”, con buona pace delle dichiarazioni elettorali delle maggioranze di turno e degli slogan snocciolati a scopo elettorale.

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