Quello che Facebook e Twitter (non) stanno facendo contro la disinformazione sull’Ucraina

Dov'è che non arrivano i social (almeno per ora) quando si tratta di contrastare la disinformazione in Ucraina?

17/03/2022 di Ilaria Roncone

Come sempre accade quando si tratta di valutazioni, c’è quello che i social dicono di stare facendo contro la disinformazione Ucraina e quelle che sono le loro azioni viste dall’esterno. Questa volta parliamo di un’approfondita analisi frutto del lavoro di Press Gazette – periodico di informazione che tratta del mondo dei media e del giornalismo – che ha portato alla luce i dati sulla disinformazione (quali e quanto sono state diffuse determinate bufale che abbiamo sentito dall’inizio del conflitto in Ucraina nei vari paesi) evidenziando anche le mancanze delle piattaforme social nello stop alla diffusione di notizie fuorvianti.

Partiamo dal presupposto che già precedentemente all’attacco della Russia l’azione di disinformazione ai danni dell’Ucraina era già nel pieno del suo svolgimento. Il progetto EU vs Disinformation, infatti, ha rivelato come i mezzi di comunicazione associati al Cremlino (primi tra tutti RT e Sputnik) raccontavano l’Ucraina come una nazione nazista creando le basi per quella che è stata la scusa principale per giustificare l’azione militare nel paese.

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Disinformazione Ucraina, i dati della diffusione sui social

Secondo i dati forniti da Gazette, Facebook e Twitter rimangono i principali canali per la diffusione della disinformazione nell’ambito del conflitto ucraino. Vediamo un po’ di numeri: 396 (ovvero il 65%9 delle 614 affermazioni false e fuorvianti elencate nel database #UkraineFacts dell’International Fact-checking Network fino al 14 marzo sono su Facebook. Delle restanti, il 30% delle affermazioni (ovvero 182) sono state diffuse tramite Twitter. Tra tutte le news fuorvianti, solo il 10% non compare su nessuna delle due piattaforme.

Altri canali per la diffusione della disinformazione sono blog e presunti siti di notizie che non hanno autorevolezza (il 15% delle affermazioni false verificate era presente su questo topo di fonte) mentre TikTok si trova al terso posto – dopo Facebook e Twitter – tra i social che permettono la diffusione di affermazioni false con l’8% delle narrazioni confutate rintracciate sulla piattaforma. Anche sul social network cinese Weibo sono state trovate cinque delle affermazioni verificate.

Dov’è che Facebook e Twitter non arrivano?

Se da un lato abbiamo le piattaforme, che sottolineano i loro sforzo per arginare la diffusione della disinformazione, dall’altro abbiamo le evidenze su quello che rimane dopo la loro azione. Meta e Google, per esempio, lo scorso mese hanno annunciato che i media statali russi non avrebbero potuto vendere la propria pubblicità sulle loro piattaforme. Chi continua a dire che non fanno abbastanza, però, non esita a sottolineare come le emittenti di paesi alleati con la Russia – a partire dalla Cina – possono ancora acquistare annunci promuovendo la loro linea pro Cremlino su Facebook.

E Twitter? Pur avendo deciso di etichettare tutti i contenuti prodotti da media affiliati allo stato, lo stesso non si può dire di quelli controllati dal governo. Un esempio su tutti? Gli account Twitter dell’ambasciata russa nei vari paesi del mondo non hanno esitato a fare disinformazione su più fronti – precedentemente abbiamo trattato due casi legati all’ambasciata russa in Uk, che ha condiviso teorie complottiste sul bombardamento dell’ospedale di Mariupol e sul presunto legame tra Ucraina e sviluppo di armi biologiche -.

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