La denuncia: “I rider morti? Un bollettino di guerra. Siamo tornati all’800”

di Daniele Tempera | 10/06/2019

  • Ieri notte la morte di un portapizze nel pieno centro di Bologna, un incidente che è tutto tranne che una fatalità

  • L'intervista a Lorenzo Righi, membro dell'associazione Union Riders Bologna: "Nuove tecnologie, tipologie di lavoro da '800"

  • Così gli algoritmi, la mancanza di ogni sorta di tutela, la competizione estrema e la precarietà pregiudicano sicurezza e salute dei lavoratori. Mentre la politica tace

Mentre a Bologna si piange l’ennesima morte bianca sul lavoro, non sono poche le voci che sottolineano che le condizioni lavorative e la precarietà sperimentate dai rider riportano indietro le lancette della storia a epoche che pensavamo di esserci lasciati alle spalle. «La scorsa settimana un nostro collega che lavorava con Glovo ha avuto un incidente sempre a Bologna, ma per fortuna se l’è cavata con qualche contusione. In generale però sono 10 i morti in tutta Europa dall’inizio di maggio tra i nostri colleghi: è un vero e proprio bollettino di guerra» ci racconta Lorenzo Righi, membro di Union Riders Bologna.

Vittime di un algoritmo che spinge alla competitività più assoluta e alla guerra del tutti contro tutti : «Tutte le responsabilità e i rischi del lavoro vengono scaricati sui lavoratori che lavorano spesso a nero o a cottimo, come nel caso delle nuove piattaforme» spiega Righi «e il pagamento è sempre basato sulle consegne a domicilio: sono riusciti a coniugare le nuove tecnologie con condizioni lavorative da ‘800 e formule retributive basate sulla produttività del singolo».

Sì, perché nel mondo dell’istantaneità e della digitalizzazione dell’esistente, la necessità è sempre la stessa: risparmiare sul costo del lavoro e generare profitti sempre più elevati, spesso e volentieri sulla pelle dei lavoratori. E la parola d’ordine è sempre quella della “libertà” e dell’indipendente gestione del proprio tempo lavorativo, uno dei miti fondativi più persistenti di quella che, qualche anno fa, avremmo chiamato “New Economy”.

Ma la realtà non è quella che viene raccontata: «Ti attirano dicendo che puoi lavorare quando vuoi a 10 euro l’ora, ma la realtà è ben diversa» spiega Righi « in realtà, per almeno quanto riguarda le nuove piattaforme, dipendi da un punteggio che ottieni lavorando. Più è alto questo punteggio, più sei in grado di sceglierti turni favorevoli». Il risultato è ovviamente l’esplosione della competitività e dello stress lavorativo che favorisce gli infortuni. E in caso di incidenti il Welfare semplicemente non esiste: parliamo infatti formalmente di liberi professionisti, che lavorano con ritenuta di acconto e non di dipendenti in possesso delle normali coperture assicurative.

Le richieste dei rider e le mancate risposte dalla politica

Le richieste dei rider sarebbero quasi scontate, se non venissero lette con le lenti di questa contemporaneità «Chiediamo innanzitutto il riconoscimento della natura subordinata del lavoro, un’assicurazione sugli infortuni, criteri valutativi che escludano la competizione esasperata e la guerra del tutti contro tutti» diritti sanciti da secoli di lotte operaie e sindacali, ma annegati nei pochi click che separano i desideri dei nuovi cittadini globali dalla loro concreta soddisfazione. E nonostante tutti i proclami (Di Maio ha affermato un mese fa di voler inserire la legge sui rider nella proposta di legge sul “salario minimo” N.D.R.) dal Governo sono arrivati solo messaggi contraddittori «Noi non siamo più chiamati in causa dal 2018, di fatto» spiega Lorenzo Righi «sono uscite varie indiscrezioni giornalistiche con i proclami governativi, abbiamo avuto emendamenti bocciati per vizi di forma, ma finora, nessun risultato».

L’unico segnale concreto arriva invece dai tribunali: la corte di Appello di Torino ha stabilito, l’anno scorso, la subordinazione di cinque fattorini di Foodora, almeno per quanto concerne gli indennizzi post-licenziamento. Una sentenza a suo modo storica, alla quale si stanno susseguendo varie azioni legali in tutta Europa che sono spesso seguito della lotta politica vera e propria.

È per esempio il caso della Spagna dove sono state intentate molte cause e dove, nel giugno dello scorso anno, alcuni lavoratori di Deliveroo sono stati riconosciuti come lavoratori subordinati. Una sentenza storica anche in questo caso, che potrebbero portare a cambiamenti anche in altre nazioni europee. Nella speranza che la magistratura arrivi lì dove la politica non vuole o non può più arrivare.