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Mafia Capitale, nell’appello riconosciuto il metodo mafioso: ecco perché è una vittoria del giornalismo d’inchiesta

Ora, finalmente, le attività che hanno unito in quel tristemente famoso mondo di mezzo affari della politica e azioni criminali possono davvero essere chiamate con il nome che spetta loro: mafia. Il 416 bis, articolo del codice penale che prevede l’aggravante del metodo mafioso nell’associazione per delinquere, è stato riconosciuto nella sentenza del processo d’appello su Mafia Capitale arrivata oggi.

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La sentenza della Corte d’Appello su Mafia Capitale

La terza sezione della Corte d’Appello presieduta da Claudio Tortora ha quindi modificato il giudizio di primo grado, dove il metodo mafioso non era stato riconosciuto. Contestualmente, tuttavia, ha ridotto le pene di Salvatore Buzzi e di Massimo Carminati, i due volti noti dell’inchiesta e del processo. Il primo è passato dai 19 anni del primo grado ai 18 anni e 4 mesi dell’appello, Carminati, invece, dovrà scontare 14 anni e sei mesi al posto dei 20 anni del primo grado.

La procura di Roma ha fatto esultato: «Abbiamo sempre detto che le sentenze vanno rispettate: lo abbiamo fatto in primo grado e lo faremo anche adesso. La corte d’appello ha deciso che l’associazione criminale che avevamo portato in giudizio era di stampo mafioso e utilizzava il metodo mafioso. Era una questione di diritto che evidentemente i giudici hanno ritenuto fondata». Sono stati proprio i magistrati della procura a ricorrere in appello contro la sentenza di primo grado.

Mafia Capitale, una vittoria del giornalismo d’inchiesta

Inoltre, un’altra dichiarazione di soddisfazione arriva dal mondo della stampa d’inchiesta. Un vero e proprio tweet liberatorio, quello di Federica Angeli, la giornalista di Repubblica tra le prime a parlare di Mafia Capitale: «Ero una delle poche croniste a sostenere fosse mafia – ha scritto sui social network -. Mi hanno insultato in aula alcuni legali degli imputati, denigrato, infamato per i miei articoli avvocatucoli senza onore e colleghi. Oggi l’Appello mi dà ragione. Carminati e Buzzi sono mafia».

Stessi toni anche per i precursori dell’inchiesta giudiziaria, Lirio Abbate e Marco Lillo, che con i loro scritti avevano denunciato per primi il sistema di Mafia Capitale:

In generale, comunque, sono diversi gli utenti dei social media che riconoscono il ruolo fondamentale del giornalismo d’inchiesta, quello vero, nell’avanzamento delle indagini e nella definizione dei termini corretti del processo. La sentenza della Corte d’Appello riappacifica le penne libere con la giustizia.