Se gli utenti non sono protetti chi protegge i giornalisti? I Dig Awards e il dramma della cyber security

di Redazione | 06/06/2018

dig awards

L’utente medio, dopo i vari scandali su Cambridge Analytica, ha scoperto come i suoi dati personali siano utili a profilazioni commerciali e politiche.  Il problema però dei dati personali si fa più grande quando a esser nel mirino sono i giornalisti stessi o gli attivisti politici che, con la loro mission di informazione, si espongono in prima persona.

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Se ne è parlato, molto, ai Dig Awards di quest’anno a Riccione. Al  festival internazionale dei documentari d’inchiesta si è parlato di sicurezza dei dati informatici con un programma interessante e una serie di proiezioni che spiegano bene il fenomeno. Si è proiettato The Choice, della casa di produzione indipendente unozerozerouno, che analizza il sistema Rousseau in Italia con tutte le falle del sistema fino alla coproduzione ucraino-rumena Killing Pavel, firmata da Anna Babinets per l’agenzia Slidstvo.info, che ricostruisce l’assassinio del giornalista bielorusso Pavel Šaramet .

Cecilia Anesi è una giornalista freelance e cofondatrice dell’Investigative Reporting Project Italy (IRPI). Guida un centro di giornalismo investigativo che raccoglie segnalazioni da parte di utenti ma anche giornalisti. E il sistema di segnalazioni che ha messo in piedi l’IRPI, grazie ai ragazzi dell’Hermes Center, punta proprio alla tutela della fonte. La piattaforma, che gira su GlobaLeaks, funziona su tor browser. «Permette di garantire in modo completo l’anonimato della fonte se ovviamente rispetta le istruzioni», spiega a Giornalettismo. «Abbiamo ricevuto molte segnalazioni da whistleblower in questi anni, anonime. Non possiamo sapere e risalire a loro e tanto meno lo possono fare le forze dell’ordine, dato che sul nostro server c’è una autocancellazione».

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Un momento dei Dig Awards

E se la fonte è un giornalista da tutelare? Anche i reporter dell’IRPI si devono proteggere. «Per ogni inchiesta su cui lavoriamo – spiega Anesi – abbiamo un risk assessment, valutiamo i pericoli. A seconda dell’inchiesta si capisce se dobbiamo implementare maggiormente la digital security». Poi ci sono i consigli base: utilizzo di mail criptate, device con full encryption, comunicazioni il più sicure possibili.

Carola Frediani, giornalista Agi, spiega a Giornalettismo quanto invece sia difficile fare informazione in paesi diversi rispetto al nostro. «Negli ultimi anni ci sono stati diversi casi di attacchi informatici condotti in diversi paesi nei confronti di attivisti e giornalisti. Condotti attraverso spyware. Ho seguito il caso, negli Emirati Arabi, di Ahmed Mansour, che ha subito tre tipi di spyware diversi». Ahmed lavora per Aljazeera. «Si sono registrati episodi simili – aggiunge Frediani – anche in Marocco e in Meccio, con spyware nei cellulari sia di attivisti che reporter». C’è da fare una distinzione del fenomeno tra democrazie e Stati in cui c’è una palese violazione dei diritti umani.

Il problema è però, perlomeno da noi, è che tipo di inquadramento legale debba avere un monitoraggio simile. Proprio perché queste tecniche, invasive, minano l’io digitale e non sono paragonabili ai classici strumenti di indagine. D’altronde chiunque può accedere a questo tipo di tecnologia. Lo dimostra il documentario Spy Merchants, realizzato da Al Jazeera e presentato sempre ai Dig Awards, dove un mercato grigio fornisce strumenti utili di “sorveglianza di massa” a paesi stranieri. I venditori? Sono anche italiani. Sull’identità del compratore si sorvola. Senza troppi problemi.

(foto copertina Ansa/Silvi)