Spalletti, l’approdo e l’argenteria – L’editoriale di Alfredo Pedullà

di Alfredo Pedullà | 21/05/2018

carlo ancelotti

Luciano da Certaldo era atteso al Grande Approdo: riportare l’Inter a Casa Champions. Luciano di cognome fa Spalletti, qualora vi fosse la necessità di ricordarlo, ha aspettato l’ultimo giro di carte. Sembrava un bluff, la Lazio aveva tre assi in mano e la voglia matta di regalare un sogno a Simone Inzaghi. Un bluff? Altri due giri di carte e Luciano da Certaldo ha sbancato con le briscole: Icardi per acciuffare la Lazio, Vecino per stenderla, ganci in pieno volto. A quel punto l’Approdo, il Porto, la Casa erano diventati un triplo attracco. La Champions.

Luciano Spalletti
Foto ANSA/CLAUDIO PERI

Ora bisogna riavvolgere il nastro, fare dieci passi indietro, ripensare alle promesse di Suning e al mercato incompiuto. Spalletti si è dovuto sbattere più in conferenza che in campo, ha dovuto capire bene e poi spiegare, trattenere il respiro e anche le parole. Gli avevamo promesso molto più di qualcosa, non avevano mantenuto. Malgrado due direttori, Ausilio e Sabatini, che avrebbero voluto regalargli la luna. Ma che non avrebbero potuto certo aprire una cassaforte multimilionaria senza il placet necessario. E di placet neanche l’ombra. Quando poi, a gennaio, si sono dovute fare le acrobazie per collezionare Rafinha più Lisandro Lopez, a quel punto si è capito quanto per Spalletti sarebbe stato complicato arrivare alla soluzione. La Champions manca da sei anni in casa Inter? Ma io mica sono il mago Otelma, avrà pensato l’allenatore che obbligatoriamente avrebbe potuto soltanto dare appuntamento all’ultimo respiro. Appunto. Stadio Olimpico, domenica 20 maggio: al “dentro o fuori” Luciano da Certaldo spesso si esalta. Con le grandi quasi sempre raccoglie e poco importa se lo hanno massacrato di critiche per quella sostituzione al tramonto di Inter-Juve: Santon al posto di Icardi, sussurrarono a Spalletti che neanche il pivellino tra i pivellini della panchina avrebbe potuto partorire una decisione del genere. Lui ha digerito, ottima spugna, si è scusato, ha salvaguardato la squadra, è ripartito martellandosi da solo. Siccome conta l’ultima parola, l’ultima parola è stata la sua. Stadio Olimpico, domenica 20 maggio. L’ultima parola, non la penultima. La firma l’ha messa lui, in calce. E la proprietà dovrà per forza dirgli “grazie” per resistenza, sopportazione e – malgrado tutto e tutti – conquista dell’agognato risultato sportivo.

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Cosa ci aspettiamo adesso? Un’Inter forte, più forte, fuori dai paletti. Con raziocinio, certo, ma con la consapevolezza di dover cercare un altro salto di qualità. La semina è stata buonissima: Lautaro Martinez ha classe e margini per diventare top; i due parametri zero sono di qualità assoluta, ovviamente più De Vrij di Asamoah, strapparlo a zero alla Lazio e ai numerosi club interessati un colpo portentoso. Abbiamo ascoltato giudizi superficiali su De Vrij, evidentemente non lo hanno seguito con attenzione e competenza. Urgono un paio di centrocampisti “veri”, se dipendesse da noi riscatteremmo sia Cancelo che Rafinha, ma noi non facciamo bonifici, quindi giusto aspettare.

La cosa più importante: ora che Luciano da Certaldo ha raggiunto l’Approdo ci sembra giusto che tutte le decisioni passino da lui. Tra le altre cose che ci hanno fatto sorridere quella della sua incapacità di dare un gioco all’Inter. Bene, proprio Spalletti è la garanzia di bel gioco. Stavolta si è dovuto arrabattare e lo ha fatto con onore. Talvolta ha mangiato senza forchette, ora dategli le posate d’argento. E vi inviterà a un nuovo e più succulento banchetto Inter.