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Max, gli sputi e il quarto double

Parliamo solo di calcio perché di altri episodi sono piene le cronache. E adesso che la Juve ha acciuffato il settimo scudetto di fila, il quarto dell’era Allegri con tanto di “double” consecutivo Coppa Italia compresa, ci vengono in mente quelle disgustose immagini dell’estate 2014. Disgustose perché Allegri venne accolto da sputi, fischi e improperi semplicemente perché aveva avuto il “torto” di aver sostituito Conte. Non una voce di popolo, ci mancherebbe. Piuttosto una sparuta, ma vociante, rappresentanza che aveva dato il benvenuto così al nuovo allenatore della Juve. Magari sono gli stessi che ora sono saliti sul carro. Oppure, meglio ancora, sono gli stessi che alla prima sconfitta di Allegri suonano i tromboni, organizzano processi, fanno un casino che la metà basterebbe. Siccome non possono salire sul carro, non resta che divertirsi dopo una sconfitta o un parere, soltanto per una questione di coerenza dopo quella “simpaticissima” accoglienza.

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Noi partiamo da un presupposto: quando finisce un amore e ne comincia uno nuovo, puoi anche avere nostalgia per chi non c’è più (Conte), ma dovresti avere un minimo di rispetto per chi si è appena insediato (Max). Invece no, purtroppo spesso non è così. E qui dovremmo esibirci sull’educazione ormai sconosciuta, sul becero che avanza, sul protagonismo di chi sa soltanto parlare e insultare. Semplicemente perché non conosce altri argomenti. Se questa gente avesse un lavoro da difendere, capirebbe cosa significa. E se. avendolo, facesse il 20 o 30 per cento di quanto fatto da Allegri, probabilmente avrebbe i premi di produzione ogni fine mese. Invece, neanche quel 20 o 30 per cento riesce a portare a casa. Eppure parlano, blaterano, giudicano il lavoro degli altri, pur non essendone minimamente all’altezza. Dovremmo utilizzare un verbo diverso, e chiediamo scusa: rosicano.

inter juve
Foto ANSA/ALESSANDRO DI MARCO

Il quarto scudetto di Allegri, con tanto di double, è comunque una bella risposta. Come se, metaforicamente, ora lui rispedisse quegli sputi al mittente dopo una chiara dimostrazione, con i fatti. Ripetiamo: ci limitiamo ai numeri, le polemiche resteranno e l’inadeguatezza di certe situazioni anche. Ma ci sembra giusto riconoscere ad Allegri un lavoro certosino, di sostanza, non di chiacchiere. Il suo calcio non piace? Ma se hai portato quattro scudetti a casa, ci sembrano discorsi di lana caprina. Si poteva fare di più in Champions? Nella gara di andata contro il Real probabilmente sì, anzi cancelliamo “probabilmente”. Anche se Allegri l’ha dipinta come una buona prestazione che aveva visto soltanto lui. Il ritorno al Bernabeu ha acuito i rimpianti, non ha certo addolcito una pillola indigesta e difficile da mandare giù.

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E il futuro? Sappiamo che Max ha un contratto per altri due anni e che se dipendesse dalla Juve il problema non si porrebbe. Ma dipende anche da Allegri, dalla sua fame, dalle sirene e da tante altre cose che scopriremo presto. Fossimo in Allegri, cambieremmo aria, non per un problema di maggiore competitività o meno del suo attuale club. Ma soprattutto perché, nel percorso professionale di un manager, di un dirigente d’azienza, di un amministratore delegato o di un direttore, l’esperienza all’estero è un passaggio importante. Quasi obbligato, ovviamente se il gioco vale la candela. E non è detto che, in giro per l’Europa, il gioco valga la candela. Chiariamo: è una nostra considerazione, non per forza lo stato delle cose. Già, perché la Juve considera Max imprescindibile, quindi aspettiamo che si incontrino e trovino qualsiasi tipo di intesa. Durante la festa Allegri ha mormorato una frase che sembra una sentenza: “Se non mi cacciano resto”.

Comunque vada, un umile consiglio di carattere generale: qualsiasi allenatore, vecchio o nuovo, andrebbe accolto con una pacca sulla spalla e un applauso di incoraggiamento. Salire sul carro dopo è imbarazzante, troppo imbarazzante. Anche perché non resterebbero che posti in piedi, in ultimissima fila. Forse.