nave Open Arms
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“Istituito in Italia il reato di solidarietà”, cosa narra l’indagine contro l’Ong Proactiva Open Arms

Da domenica 18 marzo la procura di Catania ha messo sotto sequestro la nave dell’Ong Proactiva Open Arms con l’accusa di associazione a delinquere finalizzata al favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Il procuratore Carmelo Zuccaro ha iscritto nel registro degli indagati il responsabile dell’Ong spagnola Oscar Camps, il comandante e il coordinatore della nave.

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Dopo l’inizio delle indagini, l’avvocata di Proactiva Rosa Emanuela Lo Faro ha dichiarato che in Italia è stato istituito il “reato di solidarietà”. Come si è arrivati a questa situazione? La vicenda risale al 15 marzo. A 73 miglia dalle coste libiche, in piene acque internazionali, l’Ong compie un’operazione di salvataggio a un’imbarcazione di 218 migranti provenienti dal Paese nordafricano.

Alcuni istanti dopo, la nave battente bandiera iberica viene raggiunta da una motovedetta della guardia costiera libica che intima per tre ore (secondo la ricostruzione di Oscar Camps) l’equipaggio di Proactiva di vedere consegnati le donne e i bambini tratti in salvo, con la minaccia di potere aprire il fuoco. L’Ong, tuttavia, riesce a resistere alle pressioni e chiede un porto sicuro per attraccare.

La guardia costiera italiana dichiara che è la Libia la responsabile dell’operazione, mentre Malta accetta in consegna il 16 marzo – 24 ore dopo il salvataggio – un neonato e la sua mamma. Il governo italiano, da parte sua, afferma che può intervenire solo su esplicita richiesta della sua controparte spagnola. Si tratta, in sostanza, di un’applicazione molto meticolosa delle norme internazionali, praticamente mai utilizzata. La Spagna inoltra la domanda di approdo e alla fine la mattina del 17 marzo l’imbarcazione di Proactiva con i 216 migranti raggiunge il porto di Pozzallo.

L’accusa della procura di Catania all’Ong spagnola è dunque di favorire l’immigrazione clandestina perchè ha dimostrato esplicitamente la volontà di far sbarcare le persone salvate in Italia. Quali potevano essere le alternative? Molto probabilmente solo una: riconsegnare i migranti ai libici. E qui scatta la seconda domanda: quali garanzie può offrire un Paese come la Libia a persone in stato di malnutrizione, con evidenze e testimonianze di maltrattamento, e che non rispetta il protocollo Onu sul non respingemento dei migranti? Inoltre, la procura di Catania e Carmelo Zuccaro stanno svolgendo indagini sul business delle Ong con l’immigrazione clandestina. A oggi, però, non se ne conoscono i risultati. Anzi, è stato ammesso che non ci sono proprio le prove.

Le parole di Oscar Camps riassumono bene la vicenda: “Non avremmo mai permesso a nessuno di restituirli all’inferno. Alla fine, a 48 ore dal primo soccorso, siamo entrati nel porto di Pozzallo dopo aver sopportato una notte in più di attesa con onde di due metri. Continueremo a proteggere le vite invisibili, con un costo elevato, perché questa è la nostra missione“.

La conclusione del caso Proactiva pone una domanda finale sull’opportunità di procedere verso accuse di questo tipo.  Non si mette in dubbio la credibilità delle indagini per la ricostruzione dell’accaduto. Si può e si deve discutere se sia il caso o meno di mettere sullo stesso piano le condizioni di sicurezza italiane e libiche.

(Credits foto: Ansa)