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Di Maio e gli eletti «espulsi» che non possono dimettersi: sennò si deve rivotare

C’è un grande grosso pasticcio in vista della proclamazione dei deputati e senatori eletti prevista per questo 23 marzo. I 5 stelle che hanno vinto ai collegi uninominali toccati dallo scandalo Rimborsopoli, legami da massoneria o eventuali indagini non potranno dimettersi. E non perché non lo vogliono ma perché l’attuale legge elettorale di fatto lo impedisce, costringendo quei collegi a cui sono collegati a nuove votazioni.

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La norma che mette in difficoltà le epurazioni nel MoVimento 5 Stelle

Sta tutto al punto 10 dell’articolo 2 della nuova legge elettorale. Una norma che recita chiaramente: “Nel caso in cui rimanga vacante per qualsiasi causa, anche sopravvenuta, un seggio in un collegio uninominale si procede ad elezioni suppletive…”. Se un parlamentare eletto in un collegio uninominale, quindi con il maggioritario, dovesse per ipotesi dimettersi (magari per candidarsi a un’altra tornata elettorale), in quello stesso collegio dovrebbero tenersi nuove elezioni. E questa norma, fatta per contrastare i furbetti mette i bastoni tra le ruote agli epuratori dentro il MoVimento. Anche perché nuove elezioni significano un costo aggiuntivo per la comunità.

La regola impedisce a candidati come Andrea Cecconi a rinunciare alla propria elezione entro il 23 marzo. Anche se hanno firmato quella scrittura privata in cui dichiarano di rinunciare alla poltrona. Anche se, pentiti, hanno fatto il loro passo indietro restituendo le somme mancanti. E lo stesso vale per Antonio Tasso che si è affermato nell’uninominale a Cerignola con il 43,8%, mentre Salvatore Caiata presidente del Potenza calcio, si è imposto nel collegio uninominale della città lucana. Catello Vitiello, estromesso perché in passato iscritto a una loggia massonica, è eletto a Castellammare di Stabia con oltre il 46% delle preferenze.Quindi che si fa? La palla spetta a Luigi Di Maio e al collegio dei probiviri. Anche perché attualmente i nomi interessati sono sotto provvedimento pentastellato e sono quindi costretti a iscriversi il 23 marzo nel gruppo misto.

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Se per gli eletti ai plurinominali come Carlo Martelli (che sta valutando ancora se rinunciare o meno al seggio) potrebbe esser più semplice per quelli all’uninominale diventa più complicato. Come Cecconi, preso di mira dal segretario del Pd Matteo Renzi durante il suo discorso post voto. Il pesarese ha battuto il ministro Minniti, relegando il candidato democratico a un terzo posto. «Volevo rispondergli – replica oggi Cecconi al cronista de Il Resto del Carlino – ma non è il caso. Dovrebbe già sapere chi ha votato questa legge. E’ già abbastanza a terra. E poi io ho sconfitto la Renzoni (centrodestra ndr), non Minniti che è arrivato terzo». La base di Pesaro vorrebbe l’eletto di nuovo dentro il MoVimento. «Le mie dimissioni sono a disposizione di Di Maio – spiega – io non potrò iscrivermi direttamente al gruppo M5S, in quanto sottoposto a giudizio dei probiviri. La mia intenzione è quella di dimettermi, senza fare nessun danno a M5S. Credo che il paletto delle restituzioni vada tenuto fermo e non voglio nessun perdono. Mi limito a dire che tornare a votare ha un costo per la collettività». E per una forza francescana come il MoVimento 5 stelle è una grana non da poco.

 

(Foto: ANSA / GIUSEPPE LAMI)