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Social network e impunità, Facebook decide che puoi augurare la morte ai vigili di Roma (e l’Italia non può farci niente)

Facebook ha creato un pericoloso precedente, perchè – di fatto – ha interferito con le leggi di uno Stato sovrano, estendendo a quest’ultimo un’applicazione (persino troppo estensiva) del primo emendamento della Costituzione americana. Si parla di insulti – sì, proprio quelli che l’algoritmo del social network di Mark Zuckerberg si affretta a censurare, anche quando in realtà insulti non sono. Siamo nel mese di febbraio del 2017. L’utente Davide Signoretti di Roma – come riportato dal quotidiano Il Messaggero – assiste a una scena che dovrebbe essere normale: vigili urbani che fanno multe a chi è parcheggiato in divieto di sosta.

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FACEBOOK INSULTI: ECCO COSA È SUCCESSO

Il suo istinto gli dice di prendere lo smartphone e digitare questo post: «La polizia municipale che gira alle 1:11 per San Paolo a fare multe alla gente che lascia la macchina fuori al pub..o foto o cartacea!..Vi auguro disgrazie per tutta la vostra famiglia, dal più piccolo al più grande! Magari morite merde!».

FACEBOOK INSULTI: IL POST INCRIMINATO

Insulti Facebook

Il post era diventato «famoso» perché era stato rilanciato dalla nota pagina Facebook Roma fa schifo, che aveva fatto lo screenshot del post e lo aveva divulgato con l’intento di denunciare il malcostume di cittadini che offendono i vigili urbani che stavano semplicemente svolgendo le proprie funzioni. L’ampia cassa di risonanza dara da una pagina Facebook da oltre 160mila like ha attirato l’attenzione di diverse testate locali, che si sono occupate della faccenda.

FACEBOOK INSULTI, LA DENUNCIA DEI VIGILI URBANI

Proprio per questo motivo, i vigili urbani di Roma Capitale hanno deciso di andare fino in fondo e di denunciare l’autore del post diffamatorio su Facebook. «Tutti coloro che utilizzano i social network devono assumersi la responsabilità di quello che scrivono. In qualsiasi caso venga a configurarsi un reato, interverremo sicuramente» – aveva detto il Comandante Generale Diego Porta a Roma Today.

Ma evidentemente non aveva fatto i conti con l’aberrante prosieguo giudiziario della vicenda. Il pubblico ministero Edmondo De Gregorio – che si è occupato del caso -, per accertare l’identità della persona che aveva scritto gli insulti su Facebook, ha chiesto al social network di Palo Alto di confermare le generalità di Davide Signoretti. Sui social network – questa la teoria del pm – non c’è bisogno di carta d’identità per iscriversi e, quindi, soltanto incrociando i dati in possesso dei gestori si può arrivare a sovrapporre l’identità virtuale con quella reale di una persona. Al magistrato non è bastata nemmeno la presenza in caserma di Signoretti (convocato per un interrogatorio durante il quale si è avvalso della facoltà di non rispondere) e la corrispondenza del suo volto con quello ritratto nelle fotografie pubblicate sul proprio account Facebook.

La svolta arriva a questo punto: Facebook nega l’accesso ai dati avvalendosi «del primo emendamento della Costituzione degli Stati Uniti d’America che garantisce la libertà d’espressione». Il provvedimento, quindi, è stato archiviato. I vigili annunciano ricorso contro questa decisione, che sembra davvero paradossale. La legge fondamentale degli Stati Uniti d’America interviene in una questione tutta italiana, scavalcando le norme del nostro Paese. Grazie a Facebook, a quanto pare, ciò che un tempo avrebbe scatenato una sorta di incidente diplomatico oggi trova riscontro nella (triste) realtà.