La strage del Covid in Yemen, dove gli ospedali rifiutano i pazienti perché i medici non hanno Dpi

di Ilaria Roncone | 21/05/2020

  • Se la situazione in Italia e in Europa ci sembra critica, fermiamoci ad osservare cosa accade nello Yemen

  • Il paese, già afflitto dalla guerra, è stato colpito dall'epidemia come tutto il resto del mondo

  • Il risultato è una situazione critica che richiede l'intervento immediato dell'Onu e degli Stati donatori

Se l’Italia, l’Europa e tutti i paesi del cosiddetto primo mondo stanno affrontando l’emergenza sanitaria e le conseguenze economiche del lockdown, ci sono posti del mondo in cui nemmeno possiamo immaginare cosa accade. Ce lo racconta Medici senza Frontiere, l’organizzazione umanitaria che si occupa di portare cure e sostegno sanitario nei paesi del terzo mondo. Se la situazione da noi è dura da affrontare, immaginiamo per un attimo cosa significhi vivere nello Yemen con il coronavirus che si diffonde e senza ospedali né medici. O, peggio, con gli ospedali costretti a rifiutare i pazienti per salvare la vita dei pochi medici sul territorio.

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La «catastrofe sanitaria» ad Aden

Le parole di Caroline Seguin, Coordinatrice di MSF in Yemen, restituiscono in maniera limpida una situazione davvero critica. Delle 173 persone ricoverate dal 30 aprile al 17 maggio nell’ospedale gestito da Medici senza Frontiere ad Aden – una delle principali città dello Yemen – ne sono morte almeno 68. Questa è, in tutto il territorio, la sola struttura dedicata alla cura dei malati di coronavirus in tutto il sud dello stato. La necessità è chiara, così come l’appello lanciato da Msf: serve aiuto dalle Nazioni Unite e dai paesi donatori, e serve con urgenza. I numeri parlano chiaro: prima della pandemia ad Aden morivano 10 persone a settimana, solo nella scorsa se ne sono andati in 80.

Nello Yemen i morti hanno in media tra i 40 e i 60 anni

 

La situazione dell’epidemia coronavirus è davvero critica, con la media dell’età di chi muore che cala drasticamente rispetto alle nostre vittime: «Qui sono soprattutto uomini tra i 40 e i 60 anni», fa sapere la coordinatrice. Molte persone arrivano in ospedale con sindromi respiratorie acute severe, in una situazione difficile da risolvere e che suggerisce il numero di persone che possono aver contagiato nelle loro case. Si tratta della «punta dell’iceberg in termini di numero di persone contagiate e in fin di vita nella città», afferma Caroline Seguin, che definisce la «situazione straziante». L’appello a ONU e Stati donatori è quello di fare di più, urgentemente, per tutto lo Yemen: «Occorre trovare fondi per pagare gli operatori sanitari e fornire loro i dispositivi di protezione necessari perché lavorino in sicurezza. Il paese ha anche bisogno di più macchine per l’ossigeno per aiutare i pazienti a respirare. Le autorità locali devono fare tutto il possibile per facilitare il lavoro di organizzazioni internazionali, come MSF, che stanno operando al loro fianco per contrastare il virus, garantendo l’ingresso di forniture mediche e personale internazionale al fine di rafforzare i team sul campo».

Medici che non possono curare i pazienti perché privi di dispositivi individuali di protezione

Il virus, ovviamente, non risparmia nemmeno i pochi medici e operatori che sono in campo per aiutare la popolazione di un paese già afflitto da guerra e fame. Il sistema sanitario di Aden – come quello dello Yemen intero – era già al collasso prima dell’arrivo del Covid, considerati i cinque anni di conflitto nel paese. Nel paese manca il denaro per pagare il personale, oltre ai Dpi, e ovviamente i test sono pochissimi. Impossibile, in queste condizioni, stabilire quale sia l’esatto numero di casi sul territorio – nonostante le persone che muoiono abbiano chiaramente i sintomi del coronavirus -. «In tutta la città gli ospedali hanno chiuso o stanno rifiutando alcuni tipi di pazienti perché il personale non ha i dispositivi di protezione individuale, elemento molto preoccupante per gli effetti a catena che questa epidemia può avere su altre malattie», ha detto Seguin, aggiungendo che «ogni membro del personale che mostra i sintomi della malattia viene immediatamente mandato a casa per l’autoisolamento». Ma tutto questo, ovviamente, non basta: «Stiamo facendo tutto il possibile, ma non possiamo affrontare questo virus da soli. Sarebbe incosciente per il mondo lasciare Aden e il resto dello Yemen affrontare questa crisi da soli».

(Immagine copertina da Pixabay)