Perché i decreti contro il Covid-19 ignorano le vittime di violenza domestica?

di Daniele Tempera | 20/03/2020

  • Se le ripercussioni psicologiche della quarantena si fanno sentire su tutti, sono ancora più gravi per le donne vittime di violenza domestica

  • Ma tra le varie misure previsti dai decreti per affrontare il Coronavirus questa categoria non sembra contemplata

  • La denuncia della presidente di Be Free: "Si è dipinto la famiglia e gli spazi domestici come degli ambienti da mulino bianco. Non sempre è così"

L’isolamento, il ritiro forzato al quale il Covid-19 ci sta sottoponendo è duro per tutti. Ma se da più parti si chiede di riflettere sulle implicazioni psicologiche che questo periodo potrebbe apportare, c’è una categoria che è sicuramente più a rischio di altre. Parliamo delle milioni di donne che in Italia subiscono quotidianamente violenze domestiche e che la quarantena forzata potrebbe mettere ancora più a rischio.

«È ovvio che la violenza di genere e domestica possa aumentare in una costrizione come la quarantena, osserviamo aumenti considerevoli anche durante le vacanze di Natale quando le persone sono “costrette” a condividere più assiduamente gli stessi spazi domestici» spiega Oria Gargano, presidente di BeFree cooperativa sociale  attiva contro tratta, violenze, discriminazioni. Ma questo aspetto non sembra al momento contemplato nei decreti legge emessi finora dal Governo Conte, malgrado le larghe deroghe previste per le attività produttive «non è previsto, ad esempio, che tra le motivazioni per uscire di casa ci sia quella di recarsi per un colloquio presso un centro anti-violenza. E questo raccolta molte cose sul clima culturale che stiamo vivendo. Si è dipinto la famiglia e gli spazi domestici come degli ambienti da ‘mulino bianco’, non si pensa minimamente che possano esistere situazioni di disagio».

E non parliamo certo di numeri bassi: «Sono 4 milioni, secondo recenti stime, le donne vittime di violenza domestica in Italia. Quelle che si rivolgono ai centri anti-violenza sono solo il 4% di quelle che subiscono violenze, mentre solo il 7% si rivolge alla polizia. Quello della denuncia, non è un percorso semplice, le donne hanno bisogno di supporto e assistenza psicologica e legale. Quando ciò non avviene non è infrequente che molte ritirino la denuncia, convinte dai loro mariti o fidanzati, facendo un danno a se stesse e a tutte le donne nella stessa condizione. I centri Anti-violenza nascono per supportare le donne in questo difficile percorso». Centri che, mai come ora, con le restrizioni messe in atto, possono apparire in difficoltà: «Per quanto riguarda i centri anti-violenza che, a Roma sono diffusi in tutta la città, in questo momento privilegiamo l’assistenza telefonica con un servizio attivo h24, fermo restando che nel caso di casi rilevanti o di pericolo imminente siamo lì ad accogliere le donne in difficoltà anche in questo momento» spiega la presidente di Be Free che accenna anche alla difficile condizione delle Case rifugio. «Stiamo lottando per avere mascherine e sanificare gli ambienti, la situazione non è semplice. Spesso le donne che ospitiamo non possono uscire per timore di incontrare gli ex mariti e compagni, ora si è aggiunto anche il disagio ulteriore del Coronavirus. Gli ex mariti continuano a cercarle anche ora, quindi parliamo di donne che vivono già in una situazione di allarme generalizzato spesso. Si consideri poi che alcune donne erano in uscita dai nostri centri perché avevano finito il loro percorso e ora si vedono dilatare i tempi all’interno delle Case rifugio».

Quello che è certo è che questa emergenza, dalle carceri alle disabilità, dalla situazione degli homeless a quella dei precari, fino alle donne vittime di violenza ha scoperchiato tutte le fragilità di una società che si è scoperta improvvisamente più vulnerabile del previsto «Dovremmo dedicarci di più all’assistenza, magari ripensare anche a tutte le politiche liberiste portate avanti in questi anni e a molti aspetti a cui fino a poco tempo fa non prestavamo attenzione. Penso ad esempio al sovraffollamento carcerario, ma anche ai grandi centri di accoglienza per immigrati, che sono al momento potenzialmente molto a rischio per la diffusione di questo virus: è giusto creare sistemi basati su grandi assembramenti? È giusto fare economia tagliando la sanità pubblica e i servizi assistenziali essenziali?» conclude Oria Gargano. Domande a cui tutti, a partire dalla politica, passata la lunga notte del Covid-19, saremo chiamati a rispondere.