Il video-denuncia dei riders romani: così le aziende violano il DPCM

20/04/2020 di Daniele Tempera

Mentre tutta Italia si domanda quando potranno terminare le misure di lockdown e tornare alle attività produttive, c’è una categoria che non ha mai smesso di lavorare e ha continuato a farlo spesso sprovvista delle più basilari misure di prevenzione e sicurezza. Parliamo dei riders, i fattorini dell’era digitale, rientrati paradossalmente nella categoria di “lavoratori essenziali” per le direttive governative e al centro di numerose polemiche e denunce in questi giorni di lockdown e chiusura.  L’ultima, solo in termini di tempo, viene dall’associazione Union Riders Roma.

Le immagini si riferiscono a ieri sera e il Burger King è quello di Via Tiburtina a Roma. Come è facilmente intuibile è facile scorgere decine e decine di lavoratori a pochi passi l’uno dall’altro, sprovvisti di mascherine e dispositivi di protezione. Uno scenario che viola completamente tutte le disposizioni sulla sicurezza e sul distanziamento sociale.

Duro il commento dell’Associazione dei lavoratori: «Lo Stato ha classificato la consegna a domicilio di fast food, sushi, pizza, gelato e tiramisù, come servizio essenziale tale da non chiudere i battenti neanche con una pandemia che ha fatto più di 23.000 vittime solo in Italia». E le vittime sembrano essere sempre, implacabilmente i più deboli: «Il sovraccarico di ordini comporta inevitabili assembramenti fuori dai ristoranti e a rimetterci sono, come al solito, i riders. Gli ultimi. Quelli che neanche in piena pandemia hanno guadagni orari garantiti. Quelli costretti a lavorare per mantenere un punteggio tale da accedere ai turni di lavoro delle settimane successive. Quelli che rischiano il contagio (di loro stessi e dei propri familiari), per garantire un qualcosa che più che necessità, sembrerebbe essere un più, un vizio». L’appello è rivolto poi ai ristoratori e alle piattaforme gli unici in grado di attrezzarsi per evitare assembramenti. Nell’attesa che anche lo Stato e le autorità decidano di non chiudere più gli occhi sui lavoratori della cosiddetta “Gig Economy”.

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