Le unioni civili e la coppia di fatto Renzi-Verdini: il giorno del loro primo sì

di Alberto Sofia | 26/02/2016

crac Denis Verdini

«Senatore Verdini, è fatta? Siete pronti a entrare in maggioranza con la fiducia alle Unioni Civili?». L’ex sodale del Cav si volta, resta in silenzio, con la mano fa cenno, stizzito, di non voler parlare. Loquace non è mai stato, figurarsi nel momento più delicato, il gran giorno dell’ingresso della sua Ala in maggioranza. Sono le 8.50 quando l’ex plenipotenziario azzurro varca, puntuale come ogni mattina ormai da anni, l’ingresso del Caffè Ciampini, nel cuore di Roma Capitale, nella centralissima Piazza San Lorenzo in Lucina. Lì, a pochi passi c’era la sede di Forza Italia: ormai è rimasta soltanto una bandiera, ammainata come il futuro del Cav. Lui, Denis, lo aveva capito già da tempo che per Berlusconi ormai è l’era del tramonto. Da quel momento in cui aveva deciso di archiviare quel patto del Nazareno di cui era stato regista indiscusso. Ora può prendersi la sua rivincita, alla corte di Renzi.

Perché non è una giornata qualunque, è il momento dell’incasso. L’ora del matrimonio in salsa toscana tra il senatore di Fivizzano e il premier di Pontassieve, dopo mesi di flirt. Coppia di fatto nel giorno in cui Palazzo Madama approva il primo step delle Unioni Civili. Altro traguardo atteso, questa volta dalla società civile, seppur “dimezzato” dall’abbraccio tra Renzi e l’Ncd di Alfano. Con le associazioni Lgbt deluse per lo stralcio della stepchild adoption. E per quell’«ultimo affronto» denunciato fuori dal Senato dalle famiglie arcobaleno: «Ncd voleva offenderci: questo è il senso della cancellazione dell’obbligo di fedeltà» sancito per legge. Il prezzo che il Pd ha dovuto pagare per l’accordo con Alfano.

(Photocredit: Alberto Sofia/Giornalettismo)

UNIONI CIVILI, LA GUIDA
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Cosa sono le unioni civili
Stepchild Adoption: cos’è

UNIONI CIVILI, IL GRAN GIORNO DI VERDINI. COPPIA DI FATTO CON RENZI

Ma non è il ministro dell’Interno il vero protagonista della partita. O almeno, non è il solo vincitore in una giornata, quella (comunque) storica del 25 febbraio, che si gioca su un doppio binario. Sono storie che si incrociano. Di amori veri, quelli Lgbt, per troppo tempo negati e non riconosciuti dalla legge. E di «strani amori», politici, consumati tra le segrete stanze dei palazzi romani, come quello tra Matteo Renzi e Denis Verdini. Fuori c’è la speranza, di tanta gente. Dentro il Palazzo, il pallottoliere dei numeri. Giochi di potere, Maggioranze che si smontano e si rimontano. E che sembrano rinascere con volti nuovi, senza passare dal Colle, almeno per ora.

Passa alla fine la fiducia al maxi-emendamento, dopo una giornata convulsa. E la solita bagarre in Aula, tra insulti in diretta tv e i soliti sermoni dei (presunti) “difensori” della “famiglia tradizionale”. C’è l’ex Ncd Carlo Giovanardi che si inventa la protesta del silenzio, poi azzarda: «Se la base della coppia è l’amore, allora vale anche per cane e padrone..». Non è il solo a perdere le staffe. «Andate tutti a fan…», sbotta il grillino Alberto Airola durante le dichiarazioni di voto, rivolto alla maggioranza. Quasi a simboleggiare la partita schizofrenica dei 5 Stelle sulle Unioni Civili. Passati in poco tempo da essere sostenitori dei matrimoni egualitari, alle minacce al Pd per non cambiare la legge, fino alla libertà di coscienza sulla stepchild e alla retromarcia – al di là delle smentite – sulla disponibilità a votare il canguro. Alla fine, il M5S decide di non votare: «Questa legge è penosa», incalzano. Ma per le associazioni Lgbt sono responsabili, forse più di altri. «Hanno preferito il rispetto delle procedure ai diritti della gente», spiegano fuori da Palazzo Madama, memori di quel no al supercanguro Marcucci, poi bocciato da Grasso quando il Pd aveva già cambiato schema. E abbracciato Area popolare.

UNIONI CIVILI, LA STRANA GIORNATA DI PALAZZO MADAMA TRA INSULTI, SPERANZA E DELUSIONE

E come dimenticare, nella giornata convulsa di Palazzo Madama, quelle parole dello stesso Alfano: «Abbiamo fermato un’operazione contro-natura». Frasi che mettono imbarazzo in casa dem, tanto da spingere pure il ministro Boschi a bacchettare il collega al quale Berlusconi imputava di non avere il “quid”. «Prevalga il buonsenso anche nelle dichiarazioni. Il regalo all’Italia è dire che non ci sono cittadini di serie B. E questa legge va nella direzione giusta». Alla fine, il buon senso prevale anche nel verdetto dell’Aula, dopo anni di promesse finite nel dimenticatoio, dai Pax ai Dico, fino ai Di.do.re. Il pallottoliere offre i suoi numeri: 173 i voti a favore, 71 i contrari, 245 i presenti, 244 votanti. Renzi può esultare: «Vince l’amore». Meno Monica Cirinnà, la prima firmataria passata in pochi giorni dagli attacchi ai cattodem (smentiti) e dalla volontà di lasciare la politica qualora la legge fosse stata “annacquata” alla “benedizione” dell’accordo con Ncd, esperta di realpolitik: «Ho un buco nel cuore (per la stepchild saltata, ndr), ora dobbiamo fare un secondo passo, siamo a metà della scala». Ma quella riforma delle adozioni che il Pd sbandiera di voler portare avanti «non è all’ordine del giorno», frena il neo ministro Ncd Enrico Costa. Non restano che i giudici e la giurisprudenza per sancire quanto stralciato nel ddl Cirinnà nel vecchio articolo 5, con la politica e il Legislatore che abdicano al proprio ruolo. 

Per i rappresentanti delle famiglie Lgbt è comunque un primo passo, di certo meglio che niente, a metà tra la soddisfazione, l’ansia per il prossimo passaggio alla Camera (tra due mesi) e la delusione. Perché, numeri alla mano, fino allo strappo Pd-M5S l’intera legge sembrava alla portata. Poi è naufragata. Ed è stato decisivo proprio lui, ancora Denis Verdini, lo spauracchio della minoranza Pd. Sui 173 voti della fiducia, 19 arrivano dai verdiniani di ALA, nel giorno della “prima volta”, la prima fiducia al governo: «Da oggi niente sarà più come prima», rivendicano dentro Ala. «Siamo rimasti fedeli al patto del Nazareno, il nostro è un sì tecnico e politico», spiega in Aula il capogruppo, il craxiano Barani, rivolgendosi a Verdini alla sua sinistra. Quasi a voler conferme dal suo sguardo. «Il rischio è che senza i voti di Ala questa legge non passi, così come senza i nostri voti non sarebbe passata la riforma costituzionale». Sanno di essere decisivi, i verdiniani.  E non bastano le precisazioni del ministro Orlando, che ha provato a minimizzare: «No, il voto non certifica ingresso di Ala in maggioranza». I numeri confermano che Verdini è «essenziale», come spiega lui stesso in una nota: senza ALA oggi la maggioranza non sarebbe arrivata a 161. Certo, la fiducia sarebbe passata lo stesso, con i grillini fuori dall’Aula che hanno abbassato il quorum da raggiungere. Ma poco cambia. Perché gli equilibri al Senato sono precari, ormai a Denis si affida Renzi per sfuggire alle sabbie mobili. Alla “palude”. E per zittire una minoranza Pd che non ha toccato palla nemmeno sulle Unioni Civili, come già sul Jobs Act, sulle riforme, sulla legge di stabilità, sull’Italicum. Qualche dichiarazione pubblica, qualche “minaccia” da tg, da Gotor, Speranza e dai bersaniani. Ma nessuno che abbia avuto il coraggio di mettersi di traverso alla cancellazione della stepchild. «Non potevamo prenderci la responsabilità di frenare la legge», si giustifica un big della Sinistra Pd in Senato. Ma ora l’incubo è Verdini, anche se c’è chi si affida ai numeri per esorcizzarlo: «Mi preoccupa questa deriva centrista del partito. Ma se il Pd fa il Pd non dobbiamo preoccuparci di Verdini. Se sono voti aggiuntivi nei singoli provvedimenti è un conto, se si fanno accordi di altro tipo invece c’è un problema politico», replica a Giornalettismo Federico Fornaro. Altri ammettono invece di aver paura di esser ormai diventati ininfluenti: «Ci sta mettendo all’angolo. E Renzi lo usa per farci capire che ha comunque i numeri, anche senza di noi».

IL GRAN MOMENTO ATTESO DA DENIS VERDINI

Il diretto interessato, l’ex sodale del Cav, gongola. Da sei mesi, attendeva questo momento, quando, in un pranzo indigesto a Palazzo Grazioli con Berlusconi, Gianni Letta e Fedele Confalonieri, aveva “divorziato” dal leader azzurro: «Silvio, vado via, fondo il mio gruppo al Senato». Partirono in 10, in gran parte ex forzisti. Ora sono quasi raddoppiati: 19, tra ex azzurri, cuffariani, vecchi amici di Cosentino, ex Gal ed ex 5 Stelle. E i rumours dal Senato svelano che cresceranno ancora. «No, io non vado con lui, predica fuffa», si difende a Giornalettismo Guido Viceconte, tra i nomi evocati insieme alla truppa sudista di Ncd guidata da Tonino Gentile. La certezza, però, è che in molti guardano verso Verdini. Lui, il neo idraulico del renzismo che sta guidando la sua fronda  verso il governo. Prima i voti (decisivi) sulle riforme costituzionali, poi il grande incasso delle tre vicepresidenze di commissione. Fino alla non sfiducia quando Ala contribuì a salvare Boschi e il governo della mozione del centrodestra. Il resto è storia dei giorni nostri. Prima il passaggio al Quirinale da Mattarella: «Ha riconosciuto il nostro impegno sulle riforme, il prossimo sul referendum e il nostro contributo alla stabilità», spiegano loro. Poi, le parole di Renzi nell’ultima assemblea nazionale del Pd, quando il premier ha lodato Verdini. Come a voler preparare il terreno per lo sbarco in maggioranza. E con un tempismo azzeccato, nella legge “più a sinistra” del governo:  «Il gruppo di Verdini, con Sel, è l’unico che ci ha dato una mano», disse Renzi. Un riconoscimento politico che il gruppo attendeva da tempo dal premier.

Ora però Verdini stesso predica cautela. E non pochi evitano le interviste, consigliati dal leader. La tesi prevalente è una: «Il nostro sarà un appoggio esterno», spiega il fedelissimo D’Alessandro. «Decisivo sarà il referendum, allora gli schieramenti saranno più chiari. Oggi è soltanto un primo passo», aggiunge Mazzoni. Ma nel mezzo ci sono anche le elezioni 2016. «Sì, le amministrative saranno decisive», spiegano ancora dal gruppo. Con Ala che punta a presentare liste nelle città più importanti. Compresa Napoli, obiettivo della truppa campana: «Valeria Valente? Può essere un buon candidato», spiegano. Con De Luca, invece, il governatore al quale con l’operazione Campania in Rete il portavoce di ALA D’Anna aveva “blindato” la vittoria, i rapporti si sono raffreddati: «Non ci prende in considerazione», si lamentano. Ma anche nei palazzi romani non mancano gelosie e mugugni. Perché Denis Verdini stesso aveva promesso a troppe persone poltrone pesanti che non sono arrivate: «Non vorremmo che alla fine sia soltanto lui a guadagnarci dal rapporto con Renzi…», c’è chi azzarda, evocando pure le ombre dei 5 processi che gravano sulle spalle dell’ex sodale del Cav, P3 su tutti. E c’è chi non ha apprezzato nemmeno come sia stato condotto il passaggio della fiducia: «Renzi non si è fatto vedere, i voti dovrebbe chiederceli lui. Altrimenti è il solito discorso. Di giorno salvagenti, di sera considerati “impresentabili”». Ma con il premier a trattare è soltanto Denis, l’incubo della Sinistra Pd. L’Unione civile è celebrata. Con la “benedizione” pure di Napolitano: «Sono voti aggiuntivi per la maggioranza, non serve andare al Colle», torna interventista il vecchio “saggio” ex Capo dello Stato. Un “messaggio” per Mattarella, già incalzato sul tema da Fi, Sel, leghisti e opposizioni. La verifica, almeno per ora, non ci sarà.