Come la generazione Z sta pagando lo scotto di un anno di smart working

Dopo un anno di smart working quelli che se la vedono peggio con le loro carriere sono i giovani della generazione Z

22/03/2021 di Ilaria Roncone

Secondo un sondaggio condotto da Microsoft che ha visto rispondere 31 mila partecipanti in tutto il mondo, la generazione Z – coloro che sono nati da metà anni ’90 al 2010 – sta perdendo molto in questa pandemia in termini di carriera. In particolare il problema sono tutte quelle esperienze lavorative tipiche della presenza in ufficio che, con lo smart working costante o massimizzato per molti, vengono in buona parte o totalmente a mancare. Tra i partecipanti al sondaggio è emerso come i più grandi sperino che anche dopo la pandemia il lavoro flessibile rimanga mentre i giovani, quelli nati negli anni della generazione Z, stanno avendo problemi con lo smart working. Il danno maggiore dello smart working generazione Z che si protrae è l’impossibilità di crearsi una rete di contatti solida e di ritagliarsi una posizione sul posto di lavoro.

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Le ombre dello smart working generazione Z

Dallo studio emerge come il 73% degli intervistati stia sperando che il lavoro flessibile rimanga anche dopo il Covid e anche tra i giovani della generazione Z c’è una leggera tendenza a preferire lavori che prevedano l’opzione smart. Ci sono però una serie di ma non da poco individuati tramite questo sondaggio, dati dalla condizione in cui la maggior parte di questi ragazzi si trova: tendono ad essere single, vista la giovane età, il che li fa sentire più isolati. Essendo a inizio carriera non hanno i mezzi economici per ritagliarsi uno spazio di smart working adeguato a casa (a meno che i datori di lavoro non siano disposti a pagare per questo). Il punto focale è anche che non possono avere quel confronto faccia a faccia che, all’inizio, aiuta la formazione e la crescita del lavoratore – soprattutto quando di tratta di avanzamenti di carriera o di instaurare un buon rapporto con il capo -.

Il problema nella creazione di una rete di consocenze

«Senza le conversazioni nei corridoi, le possibilità di incontrarsi e le chiacchiere davanti al caffè è molto difficile sentirsi connessi con i colleghi con i quali si lavora a stretto contatto ed è ancora più difficile creare connessioni significative con il resto dell’azienda», ha spiegato Hannah McConnaughey, che lavora per Microdoft ed è parte della generazione Z. Il lavoro in smart working per il 100% delle ore, quindi, impedisce di crearsi una rete di contatti anche e soprattutto quando si è assunti per un nuovo lavoro e si entra a far parte di un team già consolidato.

C’è bisogno di più supporto alle carriere dei giovani

«La nostra ricerca ha messo in evidenza che per i giovani della gen Z che stanno iniziando la loro carriera ora, l’ultimo anno ha avuto un forte impatto», ha sottolineato il senior-edito-at-large per Linkedin. «Senza avere la possibilità di introdursi nell’ambiente lavorativo di persone è molto difficile trovare una loro posizione, una rete di contatti e quel training che non sarebbe mancato in un anno normale». Oltre a fornire i risultati del sondaggio Microsoft ha anche suggerito alle aziende di investire in tecnologie che aiutino a far pesare meno la differenza tra la compresenza fisica e la compresenza digitale. Per i membri della generazione Z, invece, deve esserci uno specifico supporto alle loro carriera.

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