Senaldi dice che Libero è vittima di «storm shit»

Il direttore del quotidiano prova a giustificare il titolo su Kamala Harris definita «la vice mulatta di Biden»

10/11/2020 di Enzo Boldi

Senaldi difende Libero

Il rumore delle unghie sugli specchi, con altri borbottii di fondo che indicano come dopo aver toccato (di nuovo) il fondo si sia iniziato a scavare. È questa la sensazione che si prova aprendo l’edizione odierna di Libero e leggendo l’editoriale firmato dal direttore responsabile del giornale Pietro Senaldi. Si parla di quanto accaduto ieri sulla prima pagina del suo quotidiano, con quel titolo su Kamala Harris definita «la vice mulatta di Biden», senza mai fare il suo nome e allegando solamente una sua foto. E Senaldi difende Libero e, anzi, dice che il suo giornale è stato vittima di una «Storm shit» (sì, scritto così e non ‘shit storm’). Ma non basata: perché la nuova Presidente USA ora non viene definita solo mulatta, ma anche meticcia.

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Leggiamo i passi principali dell’editoriale del direttore di Libero partendo dall’incipit, dove invece di chiedere venia per quanto pubblicato nella giornata di lunedì si rincara la dose.

«La nuova vicepresidente degli Stati Uniti, Kamala Harris, è mulatta; anzi, meticcia per la correttezza, avendo il genitore 1 nero e il genitore 2 asiatico. Noi diLibero però non possiamo dirlo e per questo per tutta la giornata di ieri siamo stati bersaglio di una storm shit, letteralmente una tempesta di merda, che ci ha scatenato contro il mondo progressista, subito ripreso dal Pd, che da anni si accoda al pensiero di sinistra, anziché guidarlo o almeno ispirarlo».

Senaldi difende Libero per il titolo su Kamala Harris

Insomma, Libero è una vittima di una «tempesta di mer*a» (che si scrive shit storm e non storm shit, come invece detto da Pietro Senaldi). Anzi, il suo quotidiano ha avuto ragione a definire così Kamala Harris. E prosegue.

«La nostra colpa è, tanto per cambiare, un titolo: «La vice mulatta ha già rubato la scena a Biden»; intendevamo dire che Kamala è stata celebrata dalla stampa nostrana come se lei fosse il presidente vincitore e sleepy Joe il suo attempato maggiordomo. Il termine «mulatta» non era gratuito. Stava a significare che il particolare entusiasmo di molti media italiani verso la signora è dovuto al fatto che lei è di colore, oltre che di estrema sinistra. Niente da fare, ci accusano di essere propalatori di razzismo, sessisti e naturalmente fascisti».

L’attacco ai giornalisti

Ma non finisce qui. Senaldi difende Libero e attacca i giornalisti che hanno criticato questa scelta con un pensiero intriso del classico populismo che contraddistingue la sua testata.

«Concludo dicendo che non stimiamo particolarmente i colleghi che ci hanno criticato, ma neppure li riteniamo così improbabili come sembrano. Sappiamo che il nostro titolo non li ha scandalizzati granché e che poco gli importa di che colore sia la Harris. Cercano solo di auto-promuoversi e far carriera seguendo il vento del conformismo. Se avessero davvero a cuore la sorte dei neri e dei diseredati, lascerebbero le loro scrivanie e tribune virtuali per andare in Africa a dare una mano a chi ne ha bisogno, anziché aiutare le masse con il loro sfoggio di buonismo da salotto».

Certo, così Libero potrà scrivere altri articoli come accaduto con Silvia Romano e gli altri italiani che sono andati nei Paesi del terzo mondo per dare una mano, a casa loro. Come vorrebbero con i loro slogan ma, allo stesso tempo, come criticano puntualmente.

(foto di copertina: da Di Martedì, La7)

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