Rami e Salvini: se la cittadinanza diventa un atto di grazia

di Daniele Tempera | 26/03/2019

  • Ennesimo dietro-front del ministro dell'Interno che decide per la cittadinanza al ragazzino eroe di San Donato Milanese

  • Una dinamica che assomiglia a una grazia e che inquadra bene l'unica direzione politica dei gialloverdi immersi in una campagna elettorale perenne

  • Così si sta passando dal primato della politica a quella del sondaggio

Il dietrofront dopo le polemiche: “Sì alla cittadinanza a Rami perché è come se fosse mio figlio e ha dimostrato di aver capito i valori di questo paese, ma il ministro è tenuto a far rispettare le leggi. Per atti di bravura o coraggio le leggi si possono superare”. Sono dichiarazioni del ministro dell’Interno Matteo Salvini, arrivate poco tempo fa dopo una serie di posizioni quasi schizofreniche.

Stiamo parlando naturalmente dell’opportunità o meno di concedere la cittadinanza a Rami, il ragazzino-eroe che ha dato l’allarme ai carabinieri dal bus sequestrato a San Donato Milanese. Un atto di coraggio che è servito a prevenire una strage. Rami, dodicenne egiziano, ma nato e cresciuto nel nostro Paese, aveva espresso dopo l’incidente la volontà di ottenere la cittadinanza, cozzando contro il muro, a dir poco “non elegante” del nostro ministro dell’Interno.

“Rami vuole lo Ius soli? Si faccia eleggere” è stata la battuta lapidaria di Salvini interrogato pochi giorni dopo sulla questione. Battuta alla quale si è aggiunta, dopo appena qualche altro giorno, una nuova dichiarazione sibillina: “Le cittadinanze non le posso regalare e per dare le cittadinanze ho bisogno di fedine penali pulite. Non parlo dei ragazzini di 13 anni ma non fatemi dire altro. Se qualcuno la cittadinanza non l’ha chiesta e non l’ha ottenuta dopo 20 anni  fatevi una domanda e datevi una risposta sul perché” alludendo alla fedina penale del genitore del ragazzo.

Rami si è poi appellato a Di Maio, scatenando (probabil la riflessione leghista: “Salvini all’inizio ha detto sì, poi no. Di Maio vuole darmela, quindi mi fido Di Maio. E vorrei che anche gli altri la ottenessero, ma non sono io a decidere”.

Se i diritti rimangono in balia di una campagna elettorale costante

L’impressione è che, invece di promuovere un dibattito serio sulla cittadinanza e sui diritti in generale, l’unica leva politica del Governo sia l’opinione pubblica e i singoli slanci emotivi che poi si traducono in sondaggi e poi, probabilmente, in voti. Anche un tema importante come la cittadinanza e i diritti diventano così solo carburante per la campagna elettorale costante delle forze governative. E un tema come la cittadinanza, come faceva notare qualche giorno fa Ezio Mauro, diventa più una “grazia” concessa da un sovrano, che un diritto sancito da leggi e atti di responsabilità istituzionale. L’impressione però è che il sovrano non sia più nemmeno un singolo, ma l’insieme di istanze, emotive o contraddittorie alle quali i nostri ministri devono dare adito per alimentare il loro bacino elettorale. La sovranità appartiene alle pagine social del Capitano, a quelle di Di Maio, ai tanti gruppi e alle pagine social pro-governative. Un potere assoluto che, come al tempo dei vecchi Sovrani assoluti, non incontra spesso nessun argine.

E a peggiorare la nostra impressione, arriva anche la nota di Di Maio, che sa di sfida indiretta al suo alleato di Governo:”Nei giorni scorsi avevo inviato una lettera proprio ai ministeri competenti per chiedere loro di conferire la cittadinanza per meriti speciali al piccolo Rami. Sono felice di aver convinto anche Salvini sulla cittadinanza a questo bambino. L’ho gia’ detto: questo e’ un Paese che vale molto piu’ della semplice indignazione”

Si può pensarla come si vuole sullo ius soli o sui nuovi diritti, quello che è certo e che ci troviamo in una dinamica distante anni luce da quello che, un tempo, avremmo chiamato politica.

 

 

 

 

 

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