In memoria di Philip Roth, un anno dopo

di Liberi Pensatori | 22/05/2019

Philip Roth

di Maria Letizia Ghidini*

A un anno dalla morte dello scrittore americano Philip Roth – avvenuta il 22 maggio 2018 – percorrere le pagine di Pastorale americana (Einaudi) ha il sapore spietato di una profezia.

L’ironia tagliente e profonda di Roth crea l’illusione di trovarsi di fronte a una scrittura che disarma e solleva al tempo stesso. Eppure non c’è niente di leggero e svincolante nella storia di Seymour lo Svedese; niente di compiuto e intatto nella storia del secolo che ci ha preceduto. Esiste una letteratura ancora intransigente e coraggiosa che scandaglia fino al fondo drammatico dell’esistenza ed eviscera tutte le verità, senza filtri, senza compromessi. Pure se ciò significa entrare a gamba tesa dentro la vita di un ex campione americano, sposato con una reginetta di bellezza, la cui unica figlia si trasforma, a sedici anni, in una terrorista omicida.

Roth racconta la sua pastorale con una padronanza di scrittura e una lucidità magistrali. A introdurre i personaggi e le loro storie troviamo l’alter ego dello scrittore, Nathan Zuckerman, che – nel pieno di un flusso di coscienza del tutto in linea con la bulimia di parole alla quale il nostro tempo ci ha abituati –  ci trasporta, pagina dopo pagina, fin dentro la mente, i legami, gli intrecci che lo Svedese ramifica intorno a sé e dentro la sua identità di padre annientato.

Il fallimento della paternità mostrato in tutta la sua crudezza e con precisione chirurgica; il collasso del sogno americano sotto i colpi di una società stanca ed esasperata dall’ingiustizia, dalle disuguaglianze razziali, dalla guerra nel Vietnam, che sfoceranno inevitabilmente nei disordini degli anni ’60 e nel terrorismo; la divisione tra vittime e carnefici, tra buoni e cattivi, non più chiara, non più così netta, come lo era stato ai tempi di Hitler e di Pearl Harbor; l’annientamento della generazione precedente, di quegli uomini tutto d’un pezzo, forti del loro dinamismo, sopravvissuti alla guerra, all’emigrazione, alla povertà, alla solitudine: padri saldi di etica del lavoro e di morale divenuti nonni di una generazione di viziati criminali; la primaria necessità di mantenere una facciata, una parvenza di normalità per sopravvivere al disastro: «questa è la vita come la si vede dal di fuori. Al meglio delle sue capacità, lo Svedese la vive come la viveva una volta. Ma ora è accompagnata da una vita interiore, un’orribile vita interiore di ossessioni tiranniche, tendenze soffocate, aspettative superstiziose, fantasie spaventevoli, conversazioni chimeriche, domande senza risposta. Notte dopo notte, insonnia e autolesionismo. Una solitudine immensa. Un rimorso incancellabile».

Tutto questo e tutto il tunnel sotterraneo di rimpianti e sensi di colpa racconta Roth nella reale crudeltà di vita e di parole, senza lirismo, senza il gioco al massacro dello stile: «e, nella vita di tutti i giorni, nient’altro da fare che continuare rispettabilmente ad avere l’enorme pretesa di essere se stesso, con tutta l’onta di essere, invece, solo la maschera di uomo ideale».

Leggere Philip Roth non è per tutti: è per chi ha stomaci forti, per chi è allenato alle parole e alla miseria di esse; è per chi ha sorretto lo sguardo sui corpi straziati dall’ingordigia umana, per chi quei corpi li ha abbracciati e stretti perché tornassero a respirare; è per chi ha visto quei corpi sbriciolarsi di dolore, invecchiare a trent’anni. Leggere Philip Roth è per chi ha il coraggio di continuare a voltare le pagine, immersi fino alla gola in un fiume di parole che stordisce, per uscirne intatti, dopo aver avuto il terrore doloroso di annegarvi per sempre. Leggere Philip Roth è per chi sa, al di là di ogni ragionevolezza, di avere in mano la propria personale e sfacciata pastorale, intrisa di rimorsi, ossessioni, domande, ma pur sempre vera e profetica, fallimentare e stanca e circondata di quella moltitudine in lotta che è la nostra umanità sopravvissuta.

Maria Letizia Ghidini è nata ad Albano Laziale nel 1984. Laureata in Lettere all’Università di Roma Tor Vergata con una tesi su Erri De Luca, ha pubblicato un articolo sul teatro di Mario Luzi sulla rivista letteraria “In limine” nel 2015.  Ha frequentato il Laboratorio di Giornalismo Culturale diretto da Paolo Di Paolo e Eugenio Murrali presso la Giulio Perrone Editore. Collabora con la rivista on line “Dazebao News”, scrivendo principalmente di teatro, libri e letteratura