Pagelle terza serata Sanremo 2016: 10 a Clementino, 3 al pasticcio del voto a Miele

Pagelle terza serata Sanremo 2016

Le pagelle, i voti e i giudizi della terza serata del Festival di Sanremo 2016: i migliori e i peggiori dell’ 11 febbraio 2016. Intanto è attesa per gli ascolti della terza serata di Sanremo 2016

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Clementino 10: Il rapper che non aveva entusiasmato con la sua canzone in gara, porta, nella serata delle cover, Don Rafaé di Fabrizio De André. Sembrava un suicidio artistico coraggioso, tipo far fare il valletto a Garko. E invece no. Non aveva sbagliato scelta, il ragazzo. Semmai ha sbagliato genere musicale finora. Interpreta quel capolavoro con amore e umiltà, la sente, le toglie la polvere di dosso. Non ne ha paura. E alla fine applausi scroscianti. E pure un Forza Napoli. E lui che sorride, incredulo. E pure noi. La domanda però ci angoscia: perché mai ha scelto il rap?

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Nicole Orlando 9: atleta meravigliosa, piccola donna coraggiosa. Ce l’ha ricordata anche il presidente Mattarella, con Fabiola Giannotti e Samanta Cristoforetti. Tenerissima nel raccontare il suo capodanno sorpreso da quella dedica a reti unificate, prova a fare quella cool con due frasi ad effetto. “Lo sport non mi piace. Lo amo“. O anche “Io sono diversa perché faccio atletica. E perché ho un cromosoma in più“. Ha studiato, non voleva fare brutta figura. Forse ci ha perso in spontaneità. Ma poi sorride ed è se stessa, quando dice che vorrebbe fare l’attrice. Per ora deve studiare, ma se fa fiction Garko, può farlo anche lei. Angelo di Francesco Renga la sua canzone preferita. E i suoi occhi son quelli di un angelo. Anche quando bullizzano – pure lei! – Gabriel Garko dicendo che alla sua mamma non piace. Sanremo ci dice, prima con Bosso e ora con Nicole, che la disabilità non di rado è un superpotere.

Dolcenera 8: Ecco, Amore Disperato. Il nostro per lei. Brava, nel rifare Nada dandole il calore e la sensualità irriverente dell’originale, riempendola allo stesso tempo della sua personalità. E azzecca il vestito pure oggi. E quando finisce, capisce di essere la nuova Nek. Quella che tutti erano pronti a sfottere e che ora canticchiano sotto la doccia del loro appartamentino comodo comodo a 40 metri dall’Ariston.

Annalisa e Rocco Hunt 7,5: Lei è vera. Con quella voce che lascia libera sapendola domare, grida la Nannini meglio di quanto Gianna saprebbe fare oggi (ricordate il Sanremo scorso?). Sa essere bella con sensuale impefezione, con le corde vocali e con quel vestito il cui colore ricorda le caramelle Rossana. Quelle dei nonni, che le tiravano fuori con i nipoti dopo averle conservate per 27 anni e aver fatto sbiadire il bordeaux della carta che le avvolgeva in quel rosa improbabile.
Rocco prende Carosone e ci si rifugia dentro. Lo tratta bene, non lo sfida. E così porta a casa la pagnotta. Sempre più maturo.

Gabriel Garko 7: Basta, noi non ci stiamo più. Non è giusto. Il primo giorno era critica. La seconda, presa in giro. Ma ora è bullismo. Gli autori che provano a fargli recitare l’autoironia, Nicole Orlando che lo sfotte dicendo che non piace neanche a sua madre, twitter che lo massacra, persino il direttore Marco Esposito non ha alcuna pietà di lui. Ma noi siamo dalla parte dei deboli. E quest’uomo mostra coraggio – oddio, forse, ha una sola espressione, mica si capisce cosa mostra, ma vabbé – nel continuare a subire il dileggio di un paese intero, mentre Virginia Raffaele giganteggia, Carlo Conti mediocreggia e stravince tutte le serate, Madalinea Ghenea strafigheggia. E, e questa non è una battuta, qualcuno potrebbe anche ricordarsi che Garko è appena uscito da un’esperienza molto traumatica. Altri, lassù, forse non sarebbero neanche saliti.

 

Virginia Raffaele 7: Ecco, lei è nel momento opposto del compagno di lavoro. Qualsiasi cosa faccia, in questi giorni, si urla al miracolo. All’Ariston ridono a forza alle battute della sua Donatella Versace (davvero azzeccata, ma comunque non al livello di Ferilli e Fracci, solo la prima uscita), i critici sono pazzi di lei. Hanno ragione, ma rimaniamo convinti che fuori da (e ben prima di) Sanremo avesse già mostrato un talento pazzesco. E qui, dove regna l’aurea mediocrità, anche a marce basse, lei spadroneggia.

Marc Hollogne 6: viene a Sanremo a presentare il suo nuovo spettacolo di Cinema-Teatro. Sulla tv trash italiana. Il genio belga poteva regalarci uno scorcio di feroce e brillante satira mediatica, con la sua creatività straordinaria. Invece fa uno spottino sbiadito: il festival della canzone riesce ad appiattire pure Marciel (così lo chiama Conti, come se avessi Chaplin e lo chiamassi solo Charlot). Ma è talmente bravo, che basta a farsi amare. Ma lui è molto più di così.

Pino La Lavatrice 5: “Tu mi dici quello che devo fare e io lo faccio“. Ve lo ricordate? Forse no, ma ora Pino La Lavatrice torna con Pino è gli anticorpi. E’ sempre il sosia più pienotto del Pocho Lavezzi e fa sempre ridere dandoti l’impressione che siano freddure le sue. Perché lo sono. Ma visto che prima di loro ci sono stati Marta e Gianluca (che 5 lo hanno fatto sommando due pagelle), quei due sembrano Totò e Peppino. Peccato che il loro sketch alla Corrida sarebbe stato fischiato (i coniugi Salamoia avrebbero fatto scattare i cani, sia chiaro).

Il pubblico dell’Ariston 4: non si capisce mai che tipo di classe sociale rappresenti quell’accozzaglia di trucchi pesanti, plastiche facciali, vestiti kitsch e costosi, sorrisi finti. Che infatti non è che poi ridano tanto della Versace “rifatta” dalla Raffaele. Applaudono Patty Pravo, solo perché capiscono di andare dallo stesso medico. Quale? Potete immaginarlo.
E’ un pubblico che però ha grandi doti ginniche: a un certo punto le standing ovation sono così tante che non sai se è una messa cantata oppure se stanno facendo step in palestra.

Votatore 3: È l’oggetto oscuro del potere del giornalista della sala stampa di Sanremo. Siamo disposti a privarci della cena (che saltiamo con una certa regolarità) ma mai del Votatore, terribile macchinetta per esprimere il giudizio sui cantanti che si sono esibiti. Simbolo di potere assoluto, il votatore ha fatto cilecca in occasione del primo scontro tra le giovani proposte di questa terza serata. Miele contro Francesco Gabbani: parte il voto, ma la macchinetta non funziona. Mezza sala stampa insorge, gli uomin di Pagnoncelli in sala vanno nel pallone. Chiudono il voto e Carlo Conti annuncia la vittoria di Miele che chi è in sala stampa sa bene essere parziale. Parte il tam tam sui social network, e dopo un po’ la brusca marcia indietro: si rivota. Si rivota e risultato ribaltato. Vince Gabbani. In sala Stampa – prima dell’annuncio arriva – Miele è in lacrime. Ci sentiamo quasi un po’ in colpa, ma il votatore aveva fatto flop. Ci dispiace, Miele non lo meritava. In qualche modo andrebbe risarcita (magari facendo diventare la finale giovani a 5?): una mezz’ora di felicità che si trasforma in una grande beffa. Peccato.

 

Lorenzo Fragola 2: Sotto la voce, niente.

I Pooh 1: il voto è per aver deciso di separarsi. Quando vediamo Fogli, i più vecchi di noi si commuovono. E insieme ancora ti fanno urlare a squarciagola “PENSIEROOOOOO”, “DIO DELLE CITTAAAAAAA”” e “MI DISPIACE DEVO ANDAREEEEE”. Poi guardi il tuo vicino e fai finta di niente, perché loro sono come Berlusconi, che nessuno lo vota e poi è sempre lì. Loro nessuno li ascolta, dicono, e poi fanno il sold out da 3000 concerti a questa parte. E se vogliamo dare il nome di David Bowie a Marte per quello che ha fatto per lo spazio, è giusto omaggiare anche i Pooh. Diamo i loro nomi ai colori delle loro tinte dei capelli.

Zero Assoluto 0: a volte uno è convinto che alcuni lo facciano di proposito. Questa volta lo zero (spaccato, altro che assoluto) è un voto di incoraggiamento. Sì, perché scegliere Goldrake per la serata delle cover è fantastico, ma trattare quella sigla che ha fatto la storia in quella maniera è blasfemia pura, da voto sotto lo zero. E abbiamo capito che quei due non sono scarsi, sono autolesionisti.

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