Dare la colpa al «terrone» che ha votato Salvini è discriminazione territoriale

Lo abbiamo letto e sentito dappertutto. Ogni tanto salta fuori la donna o l’uomo del centro-nord, con il ditino puntato e l’espressione amara sul volto. L’identikit si completa se questa stessa donna o questo stesso uomo del centro-nord afferma di essere un progressista di sinistra. Lo dice all’amico, lo scrive sulla sua bacheca Facebook: «Voi terroni che avete votato Salvini non avete capito niente».

Meridionali votano Salvini: un esempio di discriminazione territoriale

E giù di cartelli e di meme, con il ricordo delle frasi del leader della Lega sul Vesuvio e sui lavaggi con il fuoco ai napoletani. C’è spazio per le vecchie foto con le magliette – prima, molto prima dell’epopea delle felpe – in cui il petto gonfio di orgoglio settentrionale e di polenta di quello che sarebbe diventato soltanto in seguito il Capitano gridava ‘terroni’ gli abitanti al sud del Grande Raccordo Anulare.

Ora: è innegabile che il messaggio del Carroccio abbia sfondato anche tra i calanchi della Basilicata (quelli cari a Carlo Levi), nei paesi dell’Aspromonte, persino sul golfo di Napoli dove la Lega si è affermata come terzo partito. La Lega è penetrata nel tacco dello Stivale, infiltrandosi nel vento del Salento a colpi di bicchieri di Negramaro preferito al Barolo. Ma la spiegazione semplicistica «anche voi terroni avete votato per la Lega» non regge.

C’è qualcosa di più profondo, su cui una certa sinistra dovrebbe interrogarsi e bene, se il Partito Democratico si afferma soltanto nelle grandi aree urbane e, all’interno di queste, soltanto nei quartieri d’élite (il Vomero, Posillipo a Napoli). C’è qualcosa di più complesso se il progetto de La Sinistra – con tutte le personalità di spicco che vi hanno partecipato, alcune mettendoci la faccia e candidandosi – è rimasto tale o ha mosso soltanto i (pochi) cuori di uno zoccolo duro di affezionati che, in mancanza di alternative, ha deciso di usare in questo modo il proprio voto.

Perché ci sono meridionali che votano Salvini

C’è l’abbandono delle aree rurali, c’è l’isolamento culturale, c’è la globalizzazione che è entrata in quei territori soltanto attraverso i telefoni cellulari dei giovani. Senza politiche economiche concrete, senza costruzione del sentimento di comunità, senza un piano organico fatto di letture e di confronti. Sui cellulari, quegli stessi giovani hanno avuto modo di assistere alle estenuanti dirette di Salvini, hanno avuto modo di condividerne gli slogan e i concorsi a premi. Lo hanno visto, magari da vicino, in uno dei tanti palcoscenici che è riuscito a raggiungere negli ultimi mesi, quelli dell’infinita campagna elettorale. Hanno pensato di trovare in lui una soluzione.

La colpa non è dei meridionali che votano Salvini. Aggiungere anche quest’altra macchia su un territorio già di per sé difficile potrebbe essere insopportabile persino per quei meridionali che Salvini, proprio no, non l’hanno votato. La colpa è dell’amarezza della terra e della mancanza delle aspettative. Qualsiasi messia, o presunto tale, troverebbe terreno fertile in un luogo dove il disagio, quello quotidiano, combacia con l’esistenza.

FOTO: ANSA/ CIRO FUSCO

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