Massimo Ferrero dice che di coronavirus non si muore

L'intervento del presidente della Sampdoria

di Gianmichele Laino | 14/10/2020

Massimo Ferrero

In una situazione già complessa di per sé – e ancor più intricata se si fa riferimento alla Serie A che si trova ad affrontare la pandemia di coronavirus – ci mancavano solo le parole del presidente della Sampdoria Massimo Ferrero che si iscrive al partito di chi minimizza gli effetti del Covid-19 sulla gente e sulle abitudini della nostra società. Intervistato a Radio Capital, nel corso della trasmissione The Breakfast Club, il numero uno dei blucerchiati si è lasciato andare a delle dichiarazioni molto forti sul coronavirus e sulla sua gestione nell’ambito sportivo.

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Massimo Ferrero e la sua idea sulle morti per coronavirus

«Di coronavirus non si muore – ha detto uno dei più pittoreschi presidenti di Serie A -, rispettiamo la malattia ma non enfatizziamo. Gli scienziati vanno in televisione e ognuno dice qualcosa di diverso. Il tampone? Gli scienziati possono metterselo da qualche altra parte». Dunque, una vera e propria dichiarazione di guerra a quella che possiamo considerare la narrazione normale dell’epidemia di coronavirus in Italia.

Massimo Ferrero e la bolla della serie A che non esiste

Massimo Ferrero, poi, passa a un argomento che dovrebbe essere più nelle sue corde, ovvero la gestione delle squadre di calcio in base ai protocolli che la Lega dei team di Serie A hanno sottoscritto per limitare al massimo i contagi da coronavirus: «La bolla della Serie A? Non parliamo di cose che non esistono – ha detto Ferrero, in una dichiarazione ai limiti del dadaismo -: negli stadi potrebbe andare benissimo il 30% degli spettatori in base alla loro capienza».

Il tempo passa, insomma, l’epidemia progredisce e continua ad attestarsi anche su livelli di decessi nuovamente preoccupanti (fino a questo momento, c’era stata preoccupazione solo per l’aumento dei casi e per la situazione dei reparti di ospedale, ma i morti sono una diretta conseguenza di questo trend), ma le parole che vengono utilizzate per descrivere il coronavirus da parte di persone che hanno influenza sul pubblico restano molto al di sotto della soglia di responsabilità.