Gli assurdi insulti social contro il malato di SLA più giovane d’Europa

di Daniele Tempera | 14/05/2019

  • Marco Palumbo, chef oristanese di 21 anni affetto da Sla, ha denunciato di essere stato gravemente insultato sui social

  • Il ragazzo ha da qualche giorno dato avvio a una campagna di crowdfunding per accedere a una cura sperimentale

  • E ai suoi followers chiede: "Davvero mi merito tutto questo"?

Alle valanghe di insulti social siamo tristemente abituati. Questa volta però, l’oggetto degli insulti on-line, non è un politico, né una persona che vanta un qualche genere di privilegio. La furia social si è invece abbattuta su Paolo Palumbo, chef oristanese di 21 anni, titolare di un “primato” molto triste. Paolo è infatti il malato di Sla più giovane d’Europa. La sclerosi laterale amiotofrica, malattia degenerativa che atrofizza progressivamente tutti i muscoli del corpo umano, colpisce solitamente dai 60 anni in su. Esserne colpito ad appena 20 anni è un’ingiustizia intollerabile alla quale Paolo ha provato a reagire in molti modi: dalla creazione di un tampone chiamato “Il gusto della vita”, che permette di far riassaporare cibi complessi a tutti quelli che non possono più mangiare per questioni fisiche alla creazione all’impegno per la lotta alla Sla e nel contrasto alla disabilità.

Il crowdfunding per riaccendere la speranza e gli insulti

La speranza di Paolo è tutta condensata in una cura sperimentale molto costosa, denominata “Brainstorm” e messa in pratica da un ospedale di Gerusalemme che promette di far regredire la malattia, specialmente in pazienti giovani. Ma per seguire il protocollo all’ospedale di Harassah, Gerusalemme ovest, servono 900mila euro. Da allora è partita sul web la raccolta fondi tramite il sito Gofundme. E parallelamente sono partiti gli insulti, che Paolo ha postato ieri dalla sua pagina Facebook, prima di lasciarne la gestione al fratello. Frasi feroci come “Tanto muori come morirà mio padre” o “È inutile che ti dai da fare, tanto in Israele non ci arrivi”.

 

Frasi indegne, a maggior ragione se pronunciate contro un ragazzo che si trova ad affrontare una battaglia durissima con una dignità invidiabile. Ed è lo stesso Paolo a domandarsi il perché di tanto odio: «È corretto vivere il dolore ognuno a modo suo ma non significa che per avere meno dolore si debba creare dolore nella vita di chi oltretutto ne ha già abbastanza. Mi sorprende che a scrivere queste cose siano persone che hanno figli o che comunque hanno nipoti. Da adesso è bene che io prenda le distanze dai social e da questi elementi… Mi sorge un dubbio: Veramente mi merito tutto questo?». Una domanda che fa male come una coltellata e che ci spinge ancora una volta a riflettere sull’utilizzo consapevole dei social network.