Perché Erdogan vuole invadere il nord della Siria?

di Daniele Tempera | 07/10/2019

Trump Erdogan
  • L'annuncio di Trump e il via libera dato alla Turchia di Erdogan ha indignato trasversalmente

  • Le truppe di Erdogan si preparano a invadere il nord della Siria occupato dalle milizie curde

  • E tra le cause ci sono le tensioni con il Pkk, ma anche (e soprattutto) la difficile gestione dei profughi siriani

La notizia ha fatto velocemente il giro del mondo: gli Usa hanno di fatto lasciato campo libero alla Turchia che, presumibilmente a breve, si preparerà a invadere il nord della Siria, controllate dalle milizie curde. Una notizia che ha scatenato un’indignazione mondiale. In molti hanno sottolineato il paradosso di un popolo e di una serie di milizie che si sono rivelati fondamentali nella guerra all’Isis e nella diffusione di una cultura laica, un’esperienza che rischia di essere spazzata via dalle truppe di Ankara.

Una decisione annunciata dal consueto tweet fiume di Donald Trump, con il quale il presidente americano ribadisce che, da ora in poi, gli americani combatteranno solo le guerre che gli converranno e che i curdi sono stati finanziati a lungo da Washington per fare “guerre tribali”. Un’uscita che indigna, ma che non chiarisce il punto: perché Erdogan vuole intervenire nel nord della Siria?

L’obiettivo di un’area cuscinetto per tutti i profughi siriani

Per capire le intenzioni del premier turco bisogna innanzitutto inquadrare la questione curda al di fuori del contesto internazionale. Molta parte dell’opinione pubblica turca guarda con sospetto la nascita di uno stato curdo controllato dai curdi siriani del Pyd-Ypg, distintisi nella lotta all’Isis.  Molti turchi li considerano infatti nientemeno che terroristi, se per larga parte dell’opinione pubblica internazionale queste milizie sono il baluardo della resistenza al jihadismo, per molti in Turchia non rappresentano nient’altro che  l’ala siriana del Pkk, partito indipendista curdo, con la quale la Turchia è in lotta dal 1984.

Ma non basta. Il piano che il presidente turco avrebbe in mente mira a un vasto ricollocamento dei profughi siriani affluiti in Turchia durante il conflitto. Un proposito che il presidente turco aveva del resto già preannunciato qualche mese fa all’Assemblea delle Nazioni Unite a New York. L’idea è quella di creare una sorta di “stato cuscinetto” in cui “ricollocare” fino a 3 milioni di siriani che vivono attualmente in Turchia (rimasti nello stato asiatico anche in virtù degli accordi firmati dall’Unione Europea con le autorità turche N.d.r.).

La politica di accoglienza nei confronti dei siriani ha infatti, per molti analisti, eroso il consenso dell’opinione pubblica verso il presidente turco, non appena si è capito che la loro presenza non sarebbe stata temporanea. Nel discorso pronunciato davanti alle Nazioni Unite il piano di Erdogan prevedeva un corridoio lungo 480 km di lunghezza (e 30 km di larghezza) dove ricollocare i profughi. Un progetto per il quale il presidente turco ha chiesto aiuto alle autorità internazionali e fondi alla comunità internazionale. Una pretesa curiosa, visto che l’operazione assomiglia a una sorta di deportazione e i rimpatri forzati sono infatti proibiti dal diritto internazionale. Quel che è certo e che il progetto turco va a collidere con le rivendicazioni curde e potrebbe rappresentare l’ennesima, dolorosa scintilla di una guerra senza fine.

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