La figlia di Enzo Tortora chiede a Bonafede si spiegare il senso della frase «gli innocenti non finiscono in carcere»

di Redazione | 24/01/2020

Enzo Tortora
  • Alfonso Bonafede dice che gli innocenti non finiscono in carcere

  • A tutti, però, è venuta in mente la vicenda di Enzo Tortora

  • La figlia, Gaia, chiede al ministro il senso di quell'affermazione

La puntata di Otto e Mezzo del 23 gennaio ha offerto al pubblico uno scambio davvero incredibile fra la giornalista di Repubblica Annalisa Cuzzocrea e il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede. L’oggetto della questione – come è noto – era rappresentato dalla riforma della prescrizione, fortemente voluta dal M5S e sulla quale è stato da tempo avviato il dibattito politico. Il M5S ha infatti fatto partire dal 1° gennaio 2020 il blocco della prescrizione dopo il giudizio di primo grado. Secondo alcuni osservatori e secondo alcuni politici, invece, una riforma del genere porterebbe a non avere una fine certa per alcuni processi. Tra le argomentazioni addotte dalla giornalista, anche quella di tanti innocenti che finiscono in carcere e che, con il blocco della prescrizione, avrebbero un’arma in meno per tutelarsi. E subito, a tutti, è venuto in mente il caso di Enzo Tortora.

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Enzo Tortora, la figlia chiede a Bonafede il senso della sua affermazione

Alfonso Bonafede, tuttavia, ha replicato: «Gli innocenti non finiscono in carcere», venendo immediatamente smentito dalla giornalista che ha parlato del fatto che dal 1992 al 2018 siano state risarcite oltre 27mila persone dallo Stato italiano perché ritenute innocenti e, nonostante questo, sono finite in carcere.

Tra le tante critiche ricevute da Bonafede, soprattutto via social network, ce n’è una che spicca sulle altre. È quella di Gaia Tortora che twitta: «Ministro le chiedo di spiegare la sua frase ad Otto e mezzo “gli innocenti non finiscono in carcere”. Grazie».

La storia di Enzo Tortora

La sua testimonianza è particolarmente significativa perché Gaia Tortora è la figlia di Enzo Tortora, il conduttore e giornalista che fu arrestato per associazione camorristica e traffico di droga ne 1983. Dopo aver scontato già 7 mesi di carcere e dopo una condanna a 10 anni di reclusione, la sua innocenza fu dimostrata e riconosciuta il 15 settembre 1986. Un anno dopo quella sentenza della Corte d’Appello, Enzo Tortora morì, non avendo tempo sufficiente per testimoniare in prima persona sul caso di malagiustizia di cui era stato protagonista.

Il caso di Enzo Tortora è emblematico di quanto spiegato da Annalisa Cuzzocrea. Per questo Gaia Tortora, figlia del giornalista e giornalista a sua volta, ha fatto quella domanda al Guardasigilli. Il senso dell’affermazione di Bonafede, alla luce di vicende gravi come quella occorsa a Enzo Tortora e che purtroppo riguardano un numero rilevante di cittadini italiani, non può davvero trovare una giustificazione.