Cosenza, il migrante di 3 anni accarezza un bambino: il padre di quest’ultimo gli sferra un calcio

di Redazione | 06/09/2019

Cosenza

Una carezza come gesto di amicizia, un calcio in risposta. È successo a Cosenza, martedì sera intorno alle 19. L’episodio, tuttavia, è venuto alla luce soltanto nelle ultime ore. Un bambino, figlio di migranti, dell’età di circa tre anni, si era avvicinato a un passeggino. Dentro c’era un altro bambino poco più piccolo di lui. E ha sentito l’esigenza di fare una carezza a quel suo quasi coetaneo.

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Cosenza, la storia di razzismo: un uomo dà un calcio a un bambino di 3 anni

Il bambino migrante si trovava all’aperto insieme ad altri due suoi fratellini, mentre la madre si trovava all’interno di uno studio medico di via Macallè, dove si era recata per un controllo medico, una visita di routine. Dopo aver assistito alla scena, il padre del bambino nel passeggino si è avvicinato ai piccoli migranti, ha iniziato a strattonarli e poi ha sferrato un calcio all’autore della carezza. Il tutto tra le proteste dei passanti, alcuni dei quali hanno avvicinato il padre con fare minaccioso. Secondo alcuni testimoni, uno dei presenti avrebbe anche schiaffeggiato l’autore del gesto, costringendolo alla fuga.

La corsa in ospedale a Cosenza

Immediatamente, sul posto, è arrivata un’ambulanza che ha portato il bambino in ospedale per un controllo: al piccolo, per qualche istante, è venuto meno il respiro. Forse per il colpo, forse per la paura. In ogni caso, il bambino di 3 anni è stato dimesso in serata: nulla di grave per lui. Almeno da un punto di vista fisico.

Il gesto in sé, invece, è gravissimo. Tanto grave da portare la famiglia della piccola vittima di questo gesto carico di pregiudizio, violenza e razzismo a denunciare l’uomo.

Tra le voci che hanno commentato l’episodio, quella della segretaria di Possibile Beatrice Brignone: «Il livello di tossicità razzista e di violenza contro i più deboli in questo Paese è altissimo e mi auguro che contrastarlo sia una delle priorità del nuovo governo – ha scritto su Facebook -. Ma con un individuo che compie un atto così spregevole non è al sicuro neanche il suo, di bambino. E di certo non si può chiamare “padre”».

FOTO da archivio ANSA

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