A dicembre già quaranta casi sospetti ad Alzano, prima del paziente 1 erano in totale 110

di Gianmichele Laino | 30/06/2020

coronavirus a Bergamo a dicembre

La pm Maria Cristina Rota deve aver detto anche questo al presidente del Consiglio Giuseppe Conte e al ministro della Salute Roberto Speranza. Ovvero che, dalle indagini che sta portando avanti sulla gestione dell’emergenza coronavirus nella Val Seriana, è emerso che alcuni pazienti avevano avuto polmoniti sospette già a partire dal mese di dicembre. Ovvero, due mesi prima che il paziente 1 di Codogno (il primo caso autoctono di coronavirus in Italia confermato dai dati ufficiali) fosse dichiarato positivo al tampone. Il coronavirus a Bergamo a dicembre è quell’elemento clamoroso che potrebbe emergere dalle indagini ma che gli studi sulla curva del contagio in Italia avevano già fatto immaginare. La notizia è comparsa sia sui siti di Repubblica, sia su quello del Corriere della Sera.

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Coronavirus a Bergamo a dicembre, le evidenze della procura

Ma come è stato possibile che, nel mese di dicembre, nell’ospedale di Alzano Lombardo fossero state ricoverate almeno 40 persone con sintomi sospetti e con virus sconosciuti e che queste stesse persone fossero diventate ben 110 prima del 23 febbraio, quando Mattia di Codogno venne dichiarato positivo al coronavrirus, il tutto senza dichiarazioni ufficiali sui contagi?

Innanzitutto, la comunità scientifica in quel periodo era molto in confusione sulla possibilità che il contagio potesse arrivare in Italia, soprattutto non si era ancora convinti delle modalità di trasmissione. Il ministero della Salute, infatti, prevedeva – come protocollo base – il fatto di sottoporre a tampone soltanto quelle persone con sintomi che potevano aver avuto contatti con persone provenienti dalla Cina e, in modo particolare, con l’area di Wuhan.

Tant’è che anche Mattia, il paziente 1, venne segnalato come positivo soltanto in seguito a una forzatura dei protocolli da parte di una anestesista dell’ospedale di Codogno. Fino a quel momento, in Val Seriana i casi di coronavirus c’erano eccome, non riconosciuti e non affrontati con le giuste precauzioni. Possibile, dunque, che ci sia stato anche questo elemento a creare la situazione disastrosa che la provincia di Bergamo – con i suoi 6mila morti – ha dovuto affrontare nei giorni successivi.