Quale potrebbe essere l’epilogo del dibattito sul certificato di verginità in Francia?

Il dibattito sul certificato di verginità sta dividendo medici e istituzioni francesi

di Ilaria Roncone | 17/09/2020

Partiamo dal presupposto che quella di cui stiamo parlando è una situazione estremamente delicata. Il dibattito sul certificato di verginità Francia ha spaccato i medici e alcune autorevoli voci – da ginecologi a presidentesse di collettivi femministi – stanno sollevando una questione; vietare i certificati di verginità è sbagliato perché in un mondo reale – e non in quello ideale auspicato da chi vuole abolire questa pratica – ci possono essere donne e ragazze anche minorenni che rischiano la vita e sono vittime di violenza se non forniscono questo attestato (il quale comunque, sottolineano anche i medici che sono di questa idea, non ha alcun tipo di valore scientifico).

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Certificato di verginità Francia: l’annuncio di abolizione del governo

Partiamo dall’inizio. Della questione si parla da mesi, da quando il ministro dell’Interno Gérald Darmanin ha parlato di abolire la pratica dei certificati di verginità. Ultimamente non solo si è parlato di abolirlo ma di vietarlo proprio, prevedendo sanzioni anche penali per chi continuerà a rilasciare questo tipo di documento. Entro fine anno il ministro vuole rendere legge questo progetto facendo appello ai valori laici della Repubblica. I medici che si sono opposti a questa idea, invece, fanno riferimento al giuramento di Ippocrate e alla necessità di proteggere i pazienti che cozza con il divieto di rilasciare questo documento: può capitare – posto che in Francia la richiesta di questo documento è molto rara – che non fornirlo a chi lo richiede diventi motivo per accanirsi sulla donna oggetto della questione e usarle violenza.

«Pratica barbara, retrograda e sessista ma non farlo mette in pericolo le donne»

Il fulcro del ragionamento dei medici che si oppongono a questo divieto è semplice e lineare, basato sull’immediata necessità di chi riceve questa richiesta di proteggere chi la sta facendo: «È una pratica barbara, retrograda e sessista e in un mondo ideale bisognerebbe rifiutarsi di rilasciare un documento del genere. Ma nel mondo reale penalizzare la redazione di questi certificati è un controsenso. Siamo medici e ci rifacciamo prima di tutto all’etica medica». Secondo i medici firmatari della petizione contro l’abolizione, quindi, «possiamo essere portati a fornire un certificato di verginità se la giovane ha bisogno di un documento che attesti che è vergine perché si smetta di tormentarla, per salvarle la vita, per proteggerla se è indebolita, vulnerabile o minacciata nella sua integrità o dignità». Il dibattito, come si intuisce, è di difficile risoluzione e sono molte le voci autorevoli che hanno parlato. C’è Ghada Hatem, ginecologa che ha fondato la Casa delle donne di Sant-Denis – nella banlieue di Parigi – che ha raccontato come «alcune ragazze, se non viene provata la loro verginità, rischiano di essere uccise dal padre o dalla madre. Mi dicono che, rilasciando questi certificati, aiuto gli oppressori ma io penso invece che aiuto le donne a opporsi a loro». Ci sono anche medici che hanno argomentato parlando dell’insensatezza di una legge del genere poiché «impossibile da eseguire perché questi certificati sono utilizzati nella sfera privata: per punire un’infrazione bisogna avere la capacità di constatarla».

Come finirà il dibattito sul certificato di verginità in Francia

Come già detto a inizio articolo, la situazione è molto complessa. Da un lato ci sono i medici e i collettivi femministi che vogliono continuare ad avere la possibilità di risolvere una problematica nell’immediato: rilasciando il certificato possono aiutare, nel caso individuale, una giovane donna ad evitare di essere picchiata perché non in grado di provare la propria verginità. Rilasciandolo in Francia, inoltre, si evita che chi ne ha necessità ricorra a pratiche abusive per ottenerlo o vada all’estero. Questa è quella che è stata definita «vita reale». C’è però poi quella che chiamiamo «vita ideale», o meglio, la situazione a cui dovremmo cercare di arrivare per garantire un mondo paritario e giusto, rispettoso dei diritti di ogni donna. Quello che viene presentato come un modo per salvare le donne dalle famiglie integraliste, di fatti, non risolve il radicato problema che ci sta dietro: nel 2020, in Francia, ci sono ancora famiglie che necessitano di violare l’intimità e i diritti delle proprie figlie per questioni religiose o culturali. Queste giovani donne, seppure salvate in un primo momento dal certificato di verginità, verranno comunque rispedite da un uomo e da una famiglia che – visti presupposti del genere – le sottometteranno, nel migliore dei casi, finanche a picchiarle o ucciderle nel peggiore. La soluzione, a questo punto, potrebbe essere nel mezzo: fornire il certificato per aiutare la giovane donna nell’immediato ma segnalare immediatamente situazioni del genere ai servizi sociali perché si possa agire nella giusta direzione, fermo restando che alla base di questo cambiamento c’è l’educazione di uomini e donne sin da bambini.