La Cei attacca la Corte Costituzionale sul suicidio assistito: «Hanno perso il lume della ragione»

di Gaia Mellone | 26/09/2019

  • La Corte Costituzione ha dichiarato «legittimo» e «non punibile» l'assistenza al suicidio in determinate condizioni

  • Monsignore Stefano Russo, segretario generale Cei, attacca: «Così si creano i presupposti per una cultura della morte»

  • La posizione dei medici: «Ci appelleremo al codice deontologico»

Dopo la sentenza emessa dalla Corte Costituzionale sul suicidio assistito, dal fronte Cattolico si sollevano le polemiche. «Non comprendo come si possa parlare di libertà – ha dichiarato monsignore Stefano Russo, segretario generale della Cei –  qui si creano i presupposti per una cultura della morte in cui la società perde il lume della ragione».

La Cei attacca la Corte Costituzionale sul suicidio assistito: «Hanno perso il lume della ragione»

Durante la conferenza stampa a conclusione del Consiglio permanente dei vescovi italiani, il segretario generale monsignore Stefano Russo ha usato parole molto severe contro la Corte Costituzionale che, stabilendo come «lecito» e «non punibile» l’assistenza al suicidio di una persona già intenzionata a togliersi la vita, sebbene solo in presenza di una patologia irreversibile e di grande sofferenza, avrebbe creato i «presupposti per una cultura della morte». Una posizione condivisa anche da Alberto Gambino, presidente di Scienza & Vita (Cei) che considera «la decisione di non punire alcune situazioni di assistenza al suicidio» come un cedimento «a una visione utilitaristica della vita umana».

Pur ribadendo la posizione della Chiesa contraria all’accanimento terapeutico, monsignor Russo si è rivolto proprio ai medici chiedendo loro di ricorrere alla «obiezione di coscienza».  «Il medico esiste per curare le vite, non per interromperle» ha aggiunto, appellandosi alla «valutazione delle ragionevoli speranze di guarigione e della giusta proporzionalità delle cure».

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I medici si appellano «al codice deontologico»

Secondo Antonio Magi, presidente dell’Ordine dei medici di Roma e provincia che conta 45mila iscritti, a prevalere sarà «il codice deontologico che fra i primi articoli indica il nostro dovere principale, la tutela della vita» e non «la sentenza della Corte che peraltro non ci indica come figure di riferimento per accompagnare alla morte». Una «forte resistenza» è stata prevista anche da parte del presidente della Federazione nazionale degli ordini dei medici chirurghi e degli odontoiatri (Fnomceo), Filippo Anelli:«Chi dovesse essere chiamato ad avviare formalmente la procedura del suicidio assistito, essendone responsabile – ha dichiarato Anelli –  sia un pubblico ufficiale rappresentante dello Stato e non un medico».

Il ruolo centrale ora infatti, dopo la sentenza storica della Consulta, resta il passaggio parlamentare. Un pUnto che anche la Consulta ha evidenziato definendo «indispensabile» l’intervento del legislatore.

(Credits immagine di copertina: Monsignor Stefano Russo ANSA/CLAUDIO PERI ; Dj Fabo campagna “Fabo libero” ANSA/UFFICIO STAMPA)