«Non è stupro, troppo mascolina». Ma ora la Cassazione chiede di rifare il processo

di Redazione | 10/03/2019

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La Cassazione ha chiesto di rivedere il processo. Tre giudici donne della Corte d’Appello di Ancona avevano ribaltato la sentenza di primo grado. Secondo loro, una donna non poteva essere stata vittima dello stupro che aveva denunciato perché «troppo mascolina», perché chi avrebbe eseguito materialmente lo stupro aveva salvato il suo numero in rubrica sotto il nome «Vikingo» e perché questa sua personalità poco femminile «sembra essere confermata dalla foto (allegata alla sentenza, ndr)».

Cassazione ribalta la sentenza d’appello, secondo cui lo stupro non poteva esserci stato perché la vittima era «troppo mascolina»

Insomma, stando a quanto avevano stabilito i giudici, il caso di stupro può non sussistere a causa dell’aspetto fisico della vittima. Una teoria che non trova d’accordo i giudici della Corte Suprema che, adesso, hanno ordinato di rifare il processo. Il primo grado si era concluso con la condanna di due uomini: l’esecutore materiale del presunto stupro a cinque anni, il suo assistente – colui che avrebbe fatto da palo per evitare che qualcuno li scoprisse – a tre anni. Ma la Corte d’Appello aveva ribaltato la sentenza, con le motivazioni di cui sopra.

I fatti prima dell’iter che ha portato il processo in Cassazione

I fatti risalgono al 2015. La donna che sporge denuncia aveva 22 anni ed era di origini peruviane. Stando a quanto riportato in ospedale dove si è recata successivamente con la madre, dopo una serata trascorsa con quelli che credeva due amici – serata nel corso della quale si era bevuto molto – uno dei due avrebbe approfittato di lei. Per gli imputati, infatti, i rapporti sessuali sarebbero stati consensuali, mentre per la donna – a un certo punto – questo consenso non sarebbe stato espresso. In più, nel sangue della donna, sono state ritrovate delle quantità significative di benzodiazepine, che lei non ricorda di avere assunto.

I giudici della Corte d’Appello si sono lasciati andare a valutazioni e a considerazioni personali sull’aspetto fisico della donna, definita in un atto della sentenza «scaltra peruviana», e hanno ipotizzato che sia stata proprio lei a organizzare la serata di trasgressione, basandosi sul fatto che il suo aspetto fisico «troppo mascolino» non avrebbe mai potuto indurre un imputato a stuprarla. Una sentenza che lascia davvero attoniti: per i vizi procedurali rilevati dalla Cassazione, ora, andrà completamente riscritta.

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