Come spieghiamo ai ragazzi che avere un titolo se guadagni 10 milioni è più facile?

Cosa (non) ci insegna il caso di Suarez

di Gianmichele Laino | 22/09/2020

Esame Suarez

Il caso Suarez è una botta. Al morale, al prestigio, all’illusione che in questo Paese ci siano ancora delle cose che funzionano come dovrebbero. Se i risultati dell’inchiesta della procura di Perugia dovessero essere confermati, nell’epoca dei social network e vista la rilevanza mediatica del personaggio soprattutto tra le generazioni più giovani, possiamo definitivamente dire addio al concetto di meritocrazia. O, meglio, a tutti quei messaggi positivi ed etici che vogliamo trasmettere alla cosiddetta Generazione Z.

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Caso Suarez, che credibilità ora per il concetto di merito?

Come glielo spieghi al ragazzo che legge la notizia grazie a un link messo su Instagram che un pluripagato calciatore avrebbe ottenuto una certificazione B1 in maniera irregolare, con un esame concordato e con un voto già deciso a tavolino, prima ancora che il candidato pronunciasse una singola parola in italiano? Come gliela fai accettare questa cosa al laureato che si candida per un posto di lavoro e che deve avere per forza una certificazione di inglese per poter accedere soltanto alla selezione? Perché, magari, quello stesso laureato ha investito una somma di denaro in un corso di lingua, ha studiato, ha superato l’esame con fatica. E, magari, quella certificazione non gli è nemmeno servita per avere un posto di lavoro.

Come gliela fai accettare questa cosa a uno straniero che vuole costruire o ricostruire la sua vita in Italia, che non trova lavoro perché non conosce la lingua. E quando parliamo di lavoro, in questo caso, non ci riferiamo affatto a un contratto da 10 milioni di euro a stagione, come quello a cui si accenna nelle conversazioni telefoniche intercettate in cui si dice che una cifra di questo tipo mica può saltare per una bocciatura a un B1 di italiano. 

Come possiamo fare un discorso serio sullo ius soli e sullo ius culturae, con centinaia di ragazzi nati e cresciuti in Italia, che si sentono italiani, che conoscono benissimo la nostra lingua, che la parlano in maniera fluente, che ragionano e sognano in italiano e che, però, sono esclusi completamente da tutte le regole sulla cittadinanza, che al massimo la ottengono come un premio, come una concessione, come una benedizione impartita dall’alto. Dalla stessa autorità che, magari, chiude un occhio davanti a un esame che – per usare le parole del magistrato Raffaele Cantone – è stato poco più che una farsa.

Caso Suarez, come ne esce l’università italiana e come ne usciamo noi

Qual è la lezione che apprendiamo? Quale immagine viene fuori dell’università italiana? Come dobbiamo definirlo questo insieme di sensazioni che stiamo provando quando leggiamo la vicenda di un calciatore conosciuto per le sue prodezze e per un morso rifilato a Giorgio Chiellini durante un mondiale che, per ottenere un passaporto, usufruisce di una scorciatoia per superare l’esame di lingua?

Suarez ha sostenuto quella prova per ottenere un plus, una nuova esperienza di lavoro milionaria, in un’altra squadra europea, partendo da una posizione di superiorità nei confronti della vita: calciatore pluripagato, star di successo internazionale, imprenditore di se stesso. Pensiamo ai ragazzi che sostengono prove analoghe per ottenere uno stage da 500 euro. Come si fa a non essere indignati?

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