Il gip libera due indagati per Bibbiano e condanna la gogna mediatica: “Distrutta la loro immagine”

di Ilaria Roncone | 11/01/2020

caso bibbiano

La storia dell’indagine Angeli& Demoni, ormai nota ai più come caso Bibbiano, continua. Lo fa tra le pagine del provvedimento con il quale lo scorso 23 dicembre il giudice ha stabilito che Federica AnghinolfiFrancesco Monopoli possono tornare in libertà, interdetti dalla professione per un anno. Ex dirigente dei servizi sociali Val d’Enza lei e assistente sociale lui, erano stati messi entrambi agli arresti domiciliari. Sia per il pm che per il giudice non sussiste pericolo di inquinamento delle prove poiché la gogna mediatica ha trasformato gli indagati in mostri e infetti agli occhi dell’opinione pubblica, come riporta Il Dubbio, fonte della notizia.

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Caso Bibbiano: gogna mediatica più efficace delle misure cautelari

Il gip ha parlato dell’«immagine distrutta degli indagati» e del concreto rischio corso dalle persone coinvolte, la cui incolumità è messa a repentaglio e il cui isolamento sociale è considerato sufficiente per escludere l’inquinamento delle prove. La conclusione a cui si arriva leggendo le motivazioni con le quali il gip ha rimesso in libertà i due indagati è che le misure cautelari sono inutili: ci pensa la gogna mediatica a punire i due presunti colpevoli, isolati a livello sociale. Il peso della gogna mediatica subita da Anghinolfi, Monopoli e gli altri indagati viene rimarcato nel testo del provvedimento: «concordemente con il pm deve ritenersi che allo stato, proprio in ragione della distruzione dell’immagine pubblica degli indagati, tanto che essi devono temere per la loro incolumità» e, proprio per questo, il pericolo di inquinamento probatorio «è andato via via scemando».

Accostarsi agli indagati equivale a una condanna a morte sociale

Si deduce facilmente dal provvedimento che, secondo giudice e pm, essere accostati agli indagati equivale a una vera e propria morte sociale e che questo fatto risulta più efficace di qualunque misura cautelare. Nel testo di legge: «i contatti (eventualmente di possibile riallaccio da parte degli indagati) con il mondo politico e ideologico di riferimento, proprio in ragione dell’ampio risalto negativo dato dai mass media alla vicenda, non avranno verosimilmente in concreto esiti negativi per la genuinità dell’acquisizione probatoria in un futuro giudizio, posto che il timore per la propria immagine pubblica che un appoggio diretto agli indagati comporterebbe (se scoperto) costituirà un adeguato “cordone sanitario” più di qualsivoglia altra misura cautelare». Questa sovraesposizione mediatica, ha commentato l’avvocato di Anghinolfi, «non è stata determinata dagli indagati, ma dall’autorità procedente».