L’Odissea del ‘bonus bebè’

di Redazione | 16/06/2020

Bonus bebè
  • La testimonianza di un nostro fedele lettore alle prese con la lentezza burocratica e le informazioni lacunose

  • La richiesta per ottenere il bonus bebè, un diritto certificato dalla legge

  • Domande, risposte mai chiare e definitive. Sei mesi di attesa senza ricevere nulla

Raccogliamo e pubblichiamo la testimonianza di un nostro fedele lettore che racconta a Giornalettismo la sua Odissea per ottenere il cosiddetto «bonus bebè». Da mesi, nonostante i tentativi di mettersi in contatto con l’Inps, l’istituto incaricato di dirimere le pratiche per l’assegno di natalità, ricevendo risposte lacunose e mai definitive. Settimane passate a rincorrere un diritto che ancora non ha ricevuto.

LEGGI ANCHE > L’Inps dice che la Protezione Civile è poco attendibile: «I morti per Covid-19 sono 20mila in più»

Per fortuna avere un figlio è sempre una gioia incommensurabile. Già, per fortuna. Però è vero anche che allevare un pargolo, specialmente nei primi mesi, può essere comunque per una famiglia un impegno oneroso. Ecco allora che lo Stato ha studiato degli strumenti in aiuto delle famiglie. Se fino allo scorso anno l’ostacolo per avere il cosiddetto «bonus bebè» ovvero l’assegno di natalità, era rappresentato dai requisiti ISEE, dal 2020 tutti i nati (o i bimbi adottati o in affido pre-adottivo) che possiedono i requisiti previsti dalla legge ricevono una cifra non inferiore a 80 euro (la cifra esatta dipende dal numero di figli e dal reddito del nucleo familiare). Ricevono? Perlomeno dovrebbero ricevere. Eh già, perché per adesso di quei soldi dall’INPS nessun bambino (nato, adottato o in affido pre-adottivo) né i genitori hanno traccia.

Bonus Bebè, l’Odissea per ottenere quanto previsto dalla legge

Ma proviamo a ripercorrere le tappe dal principio. Il 30 dicembre 2019 viene pubblicata in Gazzetta Ufficiale la disposizione che rinnova (e parzialmente modifica, come detto prima, sulla questione reddito) anche per il 2020 l’erogazione del credito a favore dei nati nell’anno solare. L’INPS, con qualche mese di ritardo, ovvero il 14 febbraio, dirama una circolare per informare di aver recepito la disposizione. Bene così? No, perché la piattaforma viene messa online (con tanto di avviso) l’11 marzo, anche se la news sul sito INPS esce il 13.

Già qui sorge un primo problema. La news riporta la regola:

«In via transitoria, al fine di evitare un eventuale pregiudizio del diritto dei potenziali beneficiari, per le nascite/adozioni/affidamenti avvenuti a partire dal 1° gennaio 2020 e la data di pubblicazione del presente messaggio, il termine di 90 giorni per la presentazione della domanda decorre dalla data di pubblicazione del presente messaggio.

Resta fermo che, per le domande presentate tardivamente, l’assegno di natalità, ove spettante, decorre dal mese di presentazione della domanda».

In pratica l’INPS si scusa per il ritardo (in partenza e, specifichiamolo, pre-pandemia) e ammette che, per i nati entro il 13 marzo, il termine dei 90 giorni viene a decorrere dalla data di pubblicazione della piattaforma. Bene così.

Il problema vero è che però, ad oggi, nessuna pratica risulta lavorata. Per esempio, per un bambino nato a gennaio la domanda risulta protocollata da circa 3 mesi, con un bambino arrivato a quasi 6 mesi di vita. Peraltro, e questo va specificato, se una domanda ha dei vizi, va ripresentata e, se il termine dei 3 mesi è scaduto, si perdono le mensilità precedenti che invece spetterebbero se la domanda venisse accolta, anche a posteriori.

Risposte lacunose e un’attesa che va avanti da mesi

È vero che in mezzo c’è stata una pandemia mondiale ma è possibile che contattando il servizio clienti si abbiano notizie diverse praticamente ogni volta? Abbiamo provato a telefonare al numero verde (una vera impresa riuscire a parlare con un operatore per vie ‘tradizionali’) e dapprima è stata comunicata una scadenza di 30 giorni (rigorosamente lavorativi) per valutare la domanda. Superati, senza alcun esito, questi 30 giorni, dal customer care ci avvisano che la scadenza che l’INPS si dà per rispondere è di 60 giorni (rigorosamente lavorativi). Ma neanche quelli, evidentemente bastano perché la nostra domanda è ancora in lavorazione e il centro servizi, contattato anche via mail, dopo aver inoltrato la domanda alla sede di competenza, nonostante la richiesta di tempistiche per evadere la pratica risponde così:


Alla richiesta di spiegazioni e, ulteriormente, di tempistiche quantomeno orientative, la risposta è nuovamente piuttosto ambigua se non, a dir la verità, contraddittoria:

La telefonata che non risolve nulla

Contattati ulteriormente al telefono la risposta è, almeno stavolta, piuttosto sincera: “Qui è un marasma, Tridico ha detto che avremmo pagato tutti i contributi per la cassa integrazione entro venerdì scorso e oggi in tantissimi non hanno visto un euro».

Insomma, il succo è che, per fortuna, avere un bambino è sempre una gioia. Ma per adesso, dall’INPS, non aspettatevi le congratulazioni. E del bonus bebè ancora non v’è traccia.

(foto di copertina: da Google Maps)

TAG: Inps