La supercazzola dell’articolo 4 citato da Salvini

di Enzo Boldi | 13/08/2019

Articolo 4

Come spesso capita in Italia – ma il nostro Paese non ha questa triste esclusiva – le leggi sono scritte per essere interpretate.  E così accade anche per quel che concerne la riforma costituzionale che prevede il taglio dei parlamentari. Matteo Salvini, nel torrido pomeriggio a Palazzo Madama, ha detto di volerla votare subito, già domani, ma ha chiesto in cambio l’immediato ritorno alle urne per consentire agli italiani di scegliere la prossima legislatura. Nel fare ciò ha citato l’articolo 4 della stessa riforma che deve essere votata in ultima istanza alla Camera.

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Cosa dice quell’articolo 4 di cui parla Salvini: «Le disposizioni di cui agli articoli 56 e 57 della Costituzione, come modificati dagli articoli 1 e 2 della presente legge costituzionale, si applicano a decorrere dalla data del primo scioglimento o della prima cessazione delle Camere successiva alla data di entrata in vigore della presente legge costituzionale e comunque non prima che siano decorsi sessanta giorni dalla predetta data di entrata in vigore». Un testo che non è molto chiaro, come spesso capita.

L’interpretazione di Salvini

L’interpretazione data da Matteo Salvini è la seguente: si vota la riforma e si va subito alle urne perché il tutto entrerà i vigore nel corso della prossima legislatura. Leggendo, però, il testo confuso dell’articolo 4 citato dallo stesso leader della Lega, appaiono evidenti delle contraddizioni che possono portare a diverse interpretazioni. Seguendo la linea dettata dal ministro dell’Interno, si andrebbe dunque al voto con la vecchia legge elettorale e l’iter successivo si consumerebbe nel corso della prossima legislatura. Secondo questo discorso, prendendo per buono quanto scritto all’interno della riforma costituzionale, quindi, il prossimo Parlamento resterebbe composto da 315 senatori e 630 deputati. La riforma, approvata dalle Camere, infatti, deve comunque seguire un iter ben definito, nonostante quanto scritto nell’articolo 4.

La supercazzola dell’articolo 4

L’approvazione alle Camere, infatti, non basta quando si parla di riforma costituzionale se non votate da 2/3 di Montecitorio (difficilmente il Pd voterà la stessa cosa della Lega, per evidenti contrasti politici). Entro tre mesi si può richiedere un referendum confermativo agli italiani: possono presentare richiesta un quinto dei componenti del Senato o di Montecitorio, cinque consigli regionali e anche i cittadini, perché presentino una raccolta firme con almeno 500mila adesioni. Per questo motivo i tempi già si dilaterebbero, di base, a tre mesi. Poi ci sono altre questioni tecniche: la Corte di Cassazione dovrà valutare la richiesta di referendum i cui tempi sono tra i 50 e i 70 giorni. Due mesi che ci portano già al 2020.

Ed è qui che nascono le perplessità sulla formazione di un nuovo Parlamento con una riforma pendente sulla propria testa. Seguendo il discorso di Salvini, si andrebbe al voto con la vecchia legge elettorale, con il taglio dei parlamentari che, a questo punto, non sarebbe effettivo. Insomma, tutto cambia per non cambiare. Perché la riforma potrebbe essere bocciata anche dai cittadini e quindi tutto il percorso sarebbe contaminato. E, se il leader della Lega avesse dato l’interpretazione esatta di un testo scritto a mo’ di supercazzola, il taglio dei parlamentari non avverrebbe nel corso della prossima legislatura, ma addirittura da quella successiva (circa il 2024).

Il precedente della Devolution

Come spiegato dal senatore leghista Calderoli, c’è il precedente della sua devolution del 2006. L’allora riforma costituzionale che parlava della riduzione dei parlamentari, però, specificava che sarebbe partita dalla XVI legislatura, dopo l’approvazione nel corso della XIV. Date ben definite dunque.

(foto di copertina: ANSA/MAURIZIO BRAMBATTI)