Etiopia, nell’incidente un altro duro colpo all’Italia della cooperazione e del volontariato

di Gianmichele Laino | 11/03/2019

vittime italiane

In un mondo in cui sembra essere un crimine occuparsi dell’altro, manifestare la propria solidarietà, comportarsi attivamente per un futuro migliore per chi è meno fortunato di noi, anche il destino si mette contro il volontariato e la cooperazione internazionale. Otto vittime italiane, si contano otto vittime italiane nell’incidente aereo del Boeing 737 dell’Ethiopian Airlines che si è schiantato pochi minuti dopo essere decollato da Addis Abeba. Era diretto in Kenya.

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Vittime italiane in Etiopia, chi sono

I nostri otto connazionali, per un motivo o per un altro, avevano l’Africa nel cuore e si battevano per nobili ideali. La prima vittima di cui si conosce l’identità è l’assessore ai Beni culturali della regione Sicilia, Sebastiano Tusa. Archeologo di fama internazionale, si stava recando a Malindi per partecipare a una conferenza internazionale organizzata dall’Unesco. La dedizione alle cose del mondo che passa attraverso la cultura.

Poi vengono gli altri. Man mano che trascorre la giornata di domenica 10 marzo si svelano, una a una, le identità delle altre vittime italiane. Ci sono tre membri della onlus bergamasca Africa Tremila. Nel nome, c’è il loro programma e un orizzonte temporale fissato più in là possibile nel tempo. Quasi a voler dare una prospettiva ottimistica a chi ha un presente meno roseo delle persone che vivono nel mondo occidentale. Il presidente Carlo Spini, la moglie Gabriella Vigiani, di Sansepolcro (Arezzo), e il tesoriere Matteo Ravasio sono rimasti sotto le macerie dell’aereo dell’Ethiopian Airlines precipitato ancora per cause da accertare.

La solidarietà e la cooperazione: i profili delle vittime italiane in Etiopia

Lavorava nell’ambito delle onlus anche Paolo Dieci, presidente del Cisp, il Comitato internazionale per lo sviluppo dei popoli e rete LinK 2007, un’associazione che raggruppa 14 importanti ong italiane. Queste quattro persone rappresentano il mondo del volontariato, di quelli vicini agli ultimi. La loro morte, a pochi passi dal Kenya dove è stata rapita Silvia Romano, ci fa pensare che anche un’altra nostra connazionale, di 24 anni, rischia la vita da quelle parti.

Della generazione di Silvia Romano, infine, sono Maria Pilar Buzzetti, Virginia Chimenti e Rosemary Mumbi. Università alla Bocconi e alla Luiss, un curriculum tutto votato alla cooperazione internazionale. Stavano cercando di avviare progetti per risolvere la fame nel mondo con il World Food Programme dell’Onu. L’Italia che si occupa degli ultimi, l’Italia dei buoni – come alcuni l’hanno definita – ha perso otto suoi rappresentanti. In un colpo solo e per una tragica fatalità. La loro perdita sia sempre un esempio della parte migliore di noi.

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