Perché il reddito di cittadinanza è diverso dalla proposta M5S del 2013

di Donato De Sena | 09/01/2019

reddito di cittadinanza
  • È in arrivo il decreto legge del governo per introdurre il reddito di cittadinanza, storica battaglia e principale promessa del M5S

  • Ecco le principali differenze dall'originario disegno di legge presentato al Senato nel 2013

Da 17 a 6 miliardi di euro di costo all’anno. Da 9 a 5 milioni di potenziali beneficiari. Dal pagamento in contanti alla card. Sono alcune delle principali differenze che emergono alla vigilia del decreto del governo sul reddito di cittadinanza dal confronto con l’iniziale piano del Movimento 5 Stelle, approdata in Parlamento nel 2013. L’assegno per disoccupati e famiglie a basso reddito è una storica proposta del partito guidato da Luigi Di Maio, finita in cima alle promesse elettorali delle Elezioni Politiche 2018 e al centro del contratto di programma siglato con la Lega a maggio scorso per la nascita dell’esecutivo Conte. Un primo disegno di legge sul reddito di cittadinanza, atto numero 1148, fu presentato al Senato ad ottobre 2013 da un gruppo di 50 senatori pentastellati. Da allora molto è cambiato.

La platea

Una prima sostanziale differenza riguarda la platea dei beneficiari. Le stime odierne, quelle allegate alle ultime bozze di decreto, indicano 4,9 milioni di persone, ovvero 1,7 milioni di nuclei familiari. Nella relazione che accompagnava gli articoli del ddl del 2013 invece si parlava di una platea di 9,5 milioni di persone, pari al 15,8 per cento della popolazione, sotto la soglia si povertà relativa. A settembre 2015 nel corso di una conferenza stampa alla presenza di Beppe Grillo e Luigi Di Maio, la senatrice Nunzia Catalfo, prima firmataria del disegno di legge che allora era in discussione al Senato, citando uno studio Istat spiegava: «La platea di beneficiari è pari a 2 milioni 579mila famiglie con un reddito inferiore alla linea di povertà, circa il 10,6% delle famiglie italiane».

I costi

Un secondo differente dato è quello relativo ai costi della misura. Nell’ultima bozza di decreto per il reddito di cittadinanza i fondi sono scesi a 5 miliardi 974 milioni di euro per il 2019, contro i 7 miliardi 571 milioni per il 2020, i 7 miliardi 818 milioni per il 2021 e i 7 miliardi 663 milioni previsti per il 2022. Cifre nettamente più basse di quelle iniziali. Nella proposta originaria del M5S venivano invece indicati come copertura finanziaria 16 miliardi 951 milioni per il 2015 e 16 miliardi 113 milioni per il 2016.

I requisiti

Ma a cambiare sono anche i requisiti relativi al reddito e al patrimonio. Il ddl del 2013 indicava come requisito un reddito nullo o inferiore per un single a 780 euro mensili, a 1.014 euro per un nucleo familiare composto da un adulto e un minore di 14 anni, a 1.170 euro nel caso di una coppia di adulti, e così via. Nel decreto di questi giorni verranno inseriti anche specifici paletti patrimoniali. Il requisito principale è un Isee (l’Indicatore della situazione economica equivalente, che tiene conto anche del patrimonio mobiliare e immobiliare) inferiore a 9.360 euro e redditi familiari sotto i 6mila euro per un single. L’Isee considera anche depositi e conti correnti bancari e postali, titoli di stato, buoni fruttiferi.

Gli stranieri

Altra novità riguarda gli stranieri. Inizialmente la proposta del reddito di cittadinanza era pensato per tutte le persone maggiorenni «in possesso della cittadinanza italiana o di Paesi facenti parte dell’Unione Europea» o «provenienti da Paesi che hanno sottoscritto convenzioni bilaterali di sicurezza sociale». Ora si prevede l’accesso al beneficio per cittadini Ue e stranieri con permesso di soggiorno di lungo periodo se hanno accumulato almeno 10 anni di residenza in Italia, che non dovranno essere necessariamente consecutivi. Stando alle ultime indiscrezioni, per chiedere il reddito basterà aver vissuto in via continuativa nel nostro Paese anche solo gli ultimi due anni.

La durata

Ci sono novità anche sui tempi. Il piano originario del M5S relativamente alla durata del reddito di cittadinanza indicava semplicemente «il periodo durante il quale il beneficiario si trova in una delle condizioni» stabilite per l’accesso al beneficio. Il disegno di legge del 2013 aggiungeva cinque casi per la perdita del reddito: mancato rispetto degli obblighi relativi all’inserimento lavorativo, il rifiuto durante la disoccupazione di più di tre proposte di impiego, la partecipazione a più di tre colloqui con la palese volontà di ottenere un esito negativo, il recesso dal contratto di lavoro senza giusta causa per due volte in un anno, il mancato rispetto di obblighi relativi ai progetti dei comuni. La nuova proposta del 2019 un paletto temporale lo fissa. Il reddito di cittadinanza dovrebbe durare al massimo 18 mesi, poi rinnovabili dopo una sospensione di un mese.

L’affitto

L’iniziale proposta del M5S non prevedeva un affitto imputato per i beneficiari del reddito di cittadinanza proprietari di casa. I 780 euro per un single erano da considerare un importo omnicomprensivo per ogni bene o servizio indipendentemente dalla titolarità di un immobile. Ora è prevista una decurtazione per chi è proprietario di casa. L’assegno scende di una quota, ad esempio a 500 euro, con altri 280 euro da aggiungere come contributo mensile per l’affitto. Chi paga un affitto riceve l’intero importo.

Il pagamento

Altra novità riguarda il pagamento. Il ddl del 2013 prevedeva un’erogazione del reddito di cittadinanza «presso qualsiasi ufficio postale, in contanti allo sportello» o «mediante accredito su conto corrente postale, su conto corrente o di deposito a risparmio o su carta prepagata». Il nuovo piano prevede invece l’erogazione su Carta Rdc, una carta prepagata per ogni famiglia.

Gli incentivi

Infine, la novità delle imprese coinvolte nel meccanismo. La catena del reddito di cittadinanza coinvolge, oltre ai Centri per l’Impiego, anche enti di formazione e aziende. Sono previsti incentivi per tutti i soggetti che partecipano: per ogni lavoratore che entra nel mondo del lavoro arrivano soldi alle aziende che lo hanno assunto, alle agenzie per il lavoro che hanno contribuito a collocarlo, agli enti di formazione se lo hanno formato gratuitamente. Le imprese e i datori dovranno però risultare in regola e non aver mai avuto problemi negli ultimi tre anni sul piano contributivo e delle condizioni di lavoro.

(Ultimo aggiornamento alle ore 17.00 del 9 gennaio 2019. Foto di copertina da archivio Ansa)