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Cosa significa il deficit al 2,4% e quali rischi si corrono

Con l’approvazione della nota di aggiornamento al Def in Consiglio dei ministri ieri il governo ha deciso di fissare per il 2019 un rapporto deficit/pil al 2,4%, un livello più alto di quello che avrebbe voluto il ministro dell’Economia Giovanni Tria, uscito sconfitto dal braccio di ferro con i vicepremier Luigi Di Maio e Matteo Salvini. Il titolare del dicastero di via XX Settembre avrebbe voluto mantenere il disavanzo sotto il 2% per tenere aperto un rapporto con la Commissione Europea, migliorare i saldi della finanza pubblica ed evitare reazioni negative dei mercati. Sono i rischi che corre oggi il nostro paese.

Cos’è il deficit

Il deficit pubblico è la differenza, negativa, tra le entrate e le spese del bilancio dello Stato. Si calcola in termini assoluti ma viene quasi sempre indicato in rapporto al prodotto interno lordo. Il disavanzo, che viene monitorato dalla Commissione Ue, era in costante calo negli ultimi anni. L’Italia questa volta avrebbe dovuto raggiungere un ulteriore risanamento strutturale dello 0,6%. Ai primi di settembre, all’Eurogruppo, il Commissario europeo agli affari economici Pierre Moscovici aveva concesso a Tria un rapporto deficit/pil all’1,6%, cifra dalla quale il ministro non intendeva allontanarsi.

I tetti al deficit vengono fissati dalle regole dell’Unione Europea. Il Trattato di Maastricht stabilisce che il disavanzo non può superare di norma il 3% del prodotto interno lordo. Il Patto di Stabilità approvato nel 2012 successivo impone di portare il deficit verso lo zero per il raggiungimento del pareggio di bilancio, un obiettivo fissato anche nella Costituzione Italiana. L’obiettivo della riduzione del deficit è quello di ridurre il debito dei paesi che, in caso di una forte crisi finanziaria, possono affondare l’Euro. L’Italia, con un debito pubblico che supera il 130% del pil è il primo della lista.

I rischi

Stando a quanto riportato dai principali quotidiani Tria avrebbe voluto tenere il deficit tra l’1,6% e l’1,8%, non oltre l’1,9%. Il 2% veniva considerata una soglia psicologica capace di generare la sfiducia dei mercati. Il ministro avrebbe preferito mettere a disposizione meno risorse per un avvio soft delle riforme previste dal programma di governo come la flat tax, le modifiche alla legge Fornero sulle pensioni e reddito e pensione di cittadinanza.

Gli occhi sono quindi puntati alla reazione di chi compra e vende titoli di Stato. E a quella della Commissione Ue, che a novembre boccerà la manovra italiana per un’aperta violazione delle regole, compiendo un gesto senza precedenti nell’area euro. Probabilmente fino al 2% l’Italia sarebbe stata graziata. Con un deficit al 2,4% invece verrà subito aperta una procedura d’infrazione. Infine, i passaggi parlamentari. Quando la manovra finanziaria arriverà in Parlamento, i ritocchi al disegno di legge potrebbero fare salire ancora il deficit. E generare nuovi rischi di innalzamento dei rendimenti dei titoli, dello spread, e quindi dei costi dello Stato per gli interessi.

(Foto di copertina da archivio Ansa: il ministro dell’economia Giovanni Tria durante un convegno. Credit immagine: ANSA / MASSIMO PERCOSSI)

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