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Pensioni d’oro, la Lega boccia il taglio voluto dal M5S: «È iniquo e arbitrario»

La Lega boccia il ricalcolo contributivo delle pensioni d’oro oltre i 4mila euro netti al mese, 80mila euro lordi all’anno, proposto dal Movimento 5 Stelle in una proposta di legge depositata alla Camera a inizio agosto proprio dai capigruppo delle due forze politiche al governo, Riccardo Molinari e Francesco D’Uva. Repubblica pubblica oggi i risultati di uno studio realizzato da Alberto Brambilla, oggi consigliere di Matteo Salvini e suo candidato alla presidenza dell’Inps, che giudica i tagli retroattivi iniqui e arbitrari.

Lo studio: il taglio delle pensioni d’oro penalizzerebbe chi ha lavorato per 40 anni o più

Brambilla, già sottosegretario al Lavoro tra il 2001 e il 2015 nel governo Berlusconi in un documento di 37 pagine pieno di tabelle sostiene che sia meglio chiedere ai pensionati con assegni alti un contributo di solidarietà invece di procedere con un taglio secco e permanente. Secondo l’esperto vicino al Carroccio – spiega Valentina Conte su Repubblica – quanto affermato nel progetto di legge, contrariamente a quanto ripete Luigi Di Maio, non è un ricalcolo contributivo ma una decurtazione in base all’età di uscita confrontata in base all’età fittizia più alta, ora rideterminata in modo retroattivo, che penalizzerebbe soprattutto le pensioni di anzianità di chi ha lavorato per 40 anni e oltre, i lavoratori precoci, le donne che fino al 2011, prima della riforma Fornero, dovevano andare in pensione per legge 5 anni prima degli uomini.

Il 70% delle decurtazioni al Nord

Dallo studio di Brambilla, direttore di Itinerari previdenziali, emerge anche un significativo dato ‘territoriale’ che dà valenza politica al documento tecnico: il 70% dei tagli alle pensioni d’oro, in base alla proposta arrivata a Montecitorio, cadrebbe al Nord, dove prevalgono gli assegni di anzianità. Certamente questo divario tra differenti aree geografiche potrebbe causare un problema all’elettorato della Lega.

La mancanza di dati

Ma c’è anche il nodo della mancanza di dati. «Per stessa ammissione dei vertici dell’Inps – si legge nello studio -, qualsiasi ricalcolo contributivo non è attuabile, perché mancano gli estratti conto dei versamenti contributivi degli statali, ad esclusione degli ultimi 5-10 anni. E stimiamo un buco anche nel settore privato nel 20-30% dei casi».

(Foto di copertina Zumapress da archivio Ansa. Credit immagine: Nicolas Maeterlinck / Belga via ZUMA Press)

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