Decreto dignità: Di Maio dice che non è necessaria, ma alla fine userà l’arma della fiducia contro la Lega

di Gianmichele Laino | 09/07/2018

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In radio rassicura, nei palazzi del governo prova a battere i pugni. Stamattina, Luigi Di Maio ha affermato che potrebbe non essere necessaria la questione di fiducia sul decreto dignità, ma nella riunione che ha avuto con il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, il ministro dell’Economia Giovanni Tria e l’altro vicepremier Matteo Salvini, ha utilizzato l’arma come leva. Così, il primo provvedimento del governo del cambiamento rischia di essere frutto di un processo di approvazione parlamentare da prima Repubblica.

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Fiducia decreto dignità, i timori di Di Maio sulla Lega

Luigi Di Maio vorrebbe il voto di fiducia per tutelarsi da eventuali modifiche al provvedimento approvato in consiglio dei ministri: ha paura della Lega, che vorrebbe stravolgerlo. A partire dalla reintroduzione dei voucher, per arrivare alle misure che maggiormente intervengono sul lavoro precario (come le limitazioni sui contratti a tempo determinato). Insomma, la misura – così come è uscita dal gabinetto di governo – potrebbe diventare irriconoscibile una volta approdata in parlamento.

Per questo, l’arma del Movimento 5 Stelle sarebbe quella del voto di fiducia: o si approva in blocco e senza emendamenti, oppure si arriva alla crisi. Che tutti vogliono scongiurare, ma su cui nessuno è disposto a fare un passo indietro. Del resto, nell’intervista a Radio 1, Di Maio è stato chiaro: «Il voto di fiducia potrebbe non essere necessario, ma il decreto dignità non va annacquato». Utilizzando, guarda caso, lo stesso termine pronunciato da Beppe Grillo qualche giorno fa, quando ha rimproverato il leader del Movimento 5 Stelle di cedere troppo il passo alla Lega, sacrificando i principi pentastellati.

Fiducia decreto dignità, la mediazione difficile

«Migliorare – ha aggiunto Di Maio – significa aggiungere e non togliere». Il messaggio alla Lega è chiaro, quindi: possibilità di aperture sui voucher, ma sul resto non si tratta. Il ministro dell’Economia Giovanni Tria è chiamato a verificare la tenuta dei conti su eventuali nuove misure, il presidente Giuseppe Conte ad assistere allo scontro. Cercherà di fare da paciere tra i due vicepremier. Chi batterà più forte i pugni sul tavolo?

Se, comunque, l’ipotesi fiducia dovesse reggere, la legislatura inizierebbe esattamente nel solco delle precedenti, quando si utilizzava il decreto legge forzando il principio della necessità e dell’urgenza. In questo, insomma, il cambiamento non si vede affatto.

FOTO: ANSA/ALESSANDRO DI MEO