Il professore della task force sul Data-driven: «L’App Immuni, così com’è, non serve e nulla»

06/05/2020 di Enzo Boldi

Carlo Alberto Carnevale Maffè fa parte della task force istituita dal governo per la gestione del cosiddetto Data-Driven. In sintesi, si tratta del comitato di esperti che si sono confrontati – e stanno continuando a farlo – sulla creazione e diffusione dell’App Immuni – quella creata da Bending Spoons – per il contact tracing. Il monitoraggio dei contatti (e dei contagi) ha riscosso numerose critiche e ora, per come si sta avviando la vicenda verso la conclusione, il parere del professore è sibillino: così com’è non serve a nulla.

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Intervistato da TPI, Carlo Alberto Carnevale Maffè non ha usato mezzi termini per indicare quale sia stata la direzione presa dal governo dopo un lungo confronto: «Sono prevalse le preoccupazioni di non disturbare la privacy dei cittadini rispetto alla necessità di dare uno strumento che ci aiuti ad evitare un nuovo lockdown. Il dibattito è stato avvilente». Il professore ha ribadito come la privacy sia di grande interesse e meriti un posto di rilievo, ma in un momento di pandemia si sarebbero potuti travalicare alcuni confini per il benessere dei cittadini.

App Immuni e le modifiche in corso d’opera

«La soluzione tecnologica scelta non coincide con quella che abbiamo raccomandato come task force perché è lenta, faragginosa, in parte inefficace, imprecisa, insufficiente – ha proseguito Carlo Alberto Carnevale Maffè -: ha tutti i possibili limiti, senza nessun effettivo miglioramento». Insomma, secondo il professore e membro della task force interministeriale Data-driven, l’App Immuni – per come è stata concepita finora – non serve praticamente a nulla.

Per spiegare le sue critiche, Carnevale Maffè usa l’esempio dell’ambulanza: «Serve a cercare in sicurezza e velocemente le persone che si sono ammalate, o che potrebbero esserlo, e portarle sotto il sistema sanitario». Ma il governo l’ha resa come «un’ambulanza a cui è stata tolta la sirena, che va con il freno a mano tirato, senza infermieri, senza defibrillatore, con la prima marcia e che deve fermarsi ai semafori». Insomma, manca una saldatura tra l’app Immuni e la realtà locale e questo, secondo il professore, rende l’applicazione del tutto inefficiente.

 

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