«Vent’anni fa l’avocado lo scambiavano per una zucchina»: Andrea Passanisi e la Sicilia che ha imparato a raccontare il tropicale

C’è un’immagine che racconta meglio di qualsiasi dato quanta strada abbia fatto la frutta tropicale siciliana: un ventitreenne che fa il pendolare tra Catania e Roma. Quel ragazzo era Andrea Passanisi, oggi fondatore di Sicilia Avocado, la realtà che sul versante ionico dell’Etna coordina oltre 80 aziende agricole e più di 260 ettari di coltivazioni tra avocado, mango e papaya. Partito dai limoneti del nonno e da un viaggio in Brasile a 17 anni, Passanisi ha contribuito a trasformare una sperimentazione di famiglia in una filiera riscoprendo, lungo il percorso, una storia che la Sicilia aveva dimenticato: quella dei padri del tropicale, che alle pendici dell’Etna piantavano e studiavano questi frutti già alla fine degli anni Cinquanta. Lo abbiamo intervistato per parlare di territorio, mercati, cambiamento climatico e del rischio più sottovalutato del boom tropicale: la perdita di credibilità.
Lei è diventato un punto di riferimento per la coltivazione dell’avocado in Italia, ma la sua famiglia coltivava limoni da generazioni. Come è stata accolta questa scelta?
Vorrei prima fare una precisazione: io non ho sostituito gli agrumi. Ho piantato avocado dove in passato coltivavamo vigne e patate, colture che avevamo già abbandonato. I limoni lasciati da mio nonno continuo orgogliosamente a coltivarli, insieme ad alcuni alberi storici che aveva piantato lui: sono rimasti intatti, curati, per quel legame sentimentale che mi unisce al territorio e alla mia famiglia. Ne parlo poco, dei limoni, è vero — parlo molto di più del valore delle nostre radici e della capacità di rinnovarsi, di affiancare alla tradizione colture relativamente giovani, che il mercato ha iniziato ad apprezzare negli ultimi quindici, sedici anni.
Da dove nasce, allora, l’idea di introdurre l’avocado?
Da un viaggio in Brasile che feci a diciassette anni: il primo Natale e Capodanno al caldo, con la mia famiglia. Lì scopro una terra meravigliosa e frutti di cui sinceramente non ero a conoscenza: l’avocado, il mango, la papaya, la feijoa, la granadilla. Frutti assurdi, per il ragazzo che ero. Si torna a Catania e nasce un confronto con mio padre: io stavo finendo il liceo e mi stavo iscrivendo all’università, e noi, oltre ai limoneti, avevamo vasti appezzamenti di terreno vuoti. Dissi: perché non facciamo delle prove? Piantiamo un po’ di avocado, un po’ di mango, e capiamo cosa funziona e cosa no.
E suo padre come reagì?
Inizialmente era proiettato su tutt’altro: voleva allevare struzzi, o lumache. È un magistrato in pensione, quindi figurarsi: l’agricoltura per noi era un’attitudine di famiglia, ma come passione, non come lavoro. Alla fine, dal confronto, trovammo una soluzione: sperimentare queste colture, con il supporto degli agronomi e dei collaboratori che già ci seguivano in campagna.
E poi avete scoperto di non essere affatto i primi.
Esatto, ed è la cosa più sorprendente. Confrontandoci con il territorio, veniamo a scoprire che mango e avocado, ma anche altre colture tropicali erano già stati piantati e studiati in Sicilia tra gli anni Cinquanta e Sessanta. Il nostro versante, quello ionico-etneo, è il versante storico del tropicale: i primi impianti sperimentali risalgono al 1958-59. A fine anni Sessanta arrivano i primi risultati scientifici della stazione sperimentale di Acireale quella che oggi si chiama CREA per merito del dottor Francesco Russo, e dell’università, firmati dal professor Giovanni Continella. Studi di altissimo profilo. Queste colture esistevano già, ma erano letteralmente sconosciute al grande pubblico.
Intanto lei si era iscritto a Giurisprudenza, a Roma. Come si conciliava l’università con la campagna?
Facendo il pendolare: scendere e salire, scendere e salire. Tra il terzo e il quarto anno inizio a vivere davvero la campagna, e a quel punto dico a mio padre: papà, Giurisprudenza è una scelta che rientra nella mia attitudine, ma io non voglio fare né l’avvocato né il magistrato. Voglio fare l’agricoltore. E lui mi rispose: laureati, poi se decidi di seguire l’azienda fai quello che credi, quello che rientra nelle tue capacità.
Una risposta non scontata.
Quella è stata la mia vera fortuna anzi, lasciamelo dire: una botta di fortuna clamorosa. Mio padre non solo mi lasciò libero, ma mi lasciò libero di interpretare a modo mio il lavoro e la vita in campagna. La sua era una valutazione su di me: si rendeva conto che ho un carattere molto focoso. Il giudice non avrei mai potuto farlo, perché serve essere super partes; l’avvocato non rientrava nelle mie corde. Riconoscere i propri limiti è già una grande consapevolezza. Ma quando una cosa rientra nelle mie attitudini, io mi ammazzo di lavoro per volontà, per orgoglio, per soddisfazione. E i risultati arrivano.
E i risultati, nello specifico, quando sono arrivati?
Subito, ma con mille errori una costellazione di errori. In campagna abbiamo sbagliato tutto lo sbagliabile, perché di queste nuove colture non capivamo nulla: la nostra esperienza era legata alla gestione dei limoni. Però da cosa nasce cosa, e poi si corregge il tiro.
I primi raccolti arrivano quando lei è ancora studente a Roma. Come si vendevano avocado siciliani all’epoca?
Sempre da pendolare. Avevo 23 anni: prendevo i frutti, li portavo da Catania a Roma e iniziavo a battere i mercati. E lì scoprivo che il mango, bene o male, lo riconoscevano. L’avocado no: me lo scambiavano per una zucchina. Davvero, una zucchina. Internet non era ancora internet, non esisteva Google Maps per andare ai mercati usavo il Tuttocittà, le cartine di carta, nemmeno il TomTom c’era. Però io sapevo, anche dagli studi e dalle tesi che andavo a cercarmi all’università, che quel frutto aveva un grande potenziale.
E come si vende un frutto che nessuno conosce?
Raccontandolo. Quella fu l’intuizione: se la gente non lo conosce, il problema non è vendere, è far conoscere. Iniziai a raccontare tramite i social, mi feci un primo sito internet, poi mi iscrissi a Coldiretti, che mi diede anche una visibilità mediatica. E da cosa nacque cosa. Ma lo dico sempre: io non ho scoperto l’acqua calda. L’avocado e il mango alle pendici dell’Etna hanno oltre sessant’anni di storia. Quello che mi viene riconosciuto è aver contribuito a legare un paniere di prodotti tropicali alla Sicilia e aver fatto conoscere al grande pubblico un passato che ignorava. Oggi ne è nata una filiera, con una rete commerciale e logistica che allora non potevo nemmeno immaginare. Ero un incosciente, lo ammetto.
Un’incoscienza che però ha funzionato.
Quello è stato un altro input decisivo: non avere la preoccupazione che qualcosa potesse andare male. Non mi interessava. Se fosse andata male, l’avrei compreso, accettato, e arrivederci. Non pensavo agli aspetti negativi: pensavo a ottenere risultati, punto. È stata una salita, ma una salita vera. Oggi parlano tutti di tropicale e di mango, e io lo dico con orgoglio: sono vent’anni che ne parlo.
A proposito di chi arriva oggi: quali errori compiono più spesso gli “arrivisti del tropicale”?
Il primo è la mancanza di passione. Oggi molti vedono l’agricoltura innanzitutto come un’opportunità economica, una svolta di investimento: poco sentimento, poca etica, poca agricoltura e tanta economia, tanti dati che lasciano il tempo che trovano. Ma l’agricoltura è uno dei settori più faticosi che esistano, perché non ha a che fare solo con te e il tuo impegno: ha a che fare con il meteo, con la natura, con condizioni commerciali e aleatorie dove il rischio di default non è del 10%, può essere del 100%.
Il secondo errore è non riconoscere che il tropicale ha una storia alle spalle. Una storia che non è dettata da Andrea Passanisi, ma dai padri del tropicale che in Sicilia, con i loro risultati scientifici, hanno gettato le basi e tracciato una strada. Chi parla senza ricordare il passato è già lontano anni luce: è un papabile fallimento. Perché l’agricoltura, al di là di fare avocado, mango, arance o limoni, è innanzitutto cultura.
E poi c’è poca attitudine a spaccarsi la schiena. Puoi scalare qualsiasi grattacielo e proiettarti all’ultimo piano, ma devi passare dal piano terra. E il piano terra è vivere la campagna, con le sue fatiche e le sue difficoltà cosa che molti non fanno più. Il dato e la statistica vengono dopo: prima si vive la terra. È questo il valore della radice.
Parliamo di mercato. Questo settore è stato dominato e lo è ancora dai grandi produttori sudamericani e spagnoli. Su cosa può far leva il tropicale siciliano per ritagliarsi uno spazio, anche all’estero, dove la parola “italiano” da sola non basta più?
E continuerà a essere dominato: inutile illudersi. Le do un dato: il consumo pro capite di avocado in Italia è passato dai 90 grammi del 2010 a quasi 800 grammi di oggi, ed è una crescita sostenuta sostanzialmente dall’import. È normale: quando pensi a un’arancia pensi alla tradizione, quando pensi a un avocado pensi al Sud America. Noi siamo un puntino nell’universo. Non possiamo cambiare questa tendenza, e non dobbiamo nemmeno provarci: dobbiamo creare distintività. È quello che ho fatto in questi vent’anni raccontare il territorio, indicizzarlo, valorizzarne le peculiarità attraverso un paniere di frutti.
Un territorio alle pendici dell’Etna è unico. La sabbia e la terra vulcanica non sono ovunque. Un microclima mite non è ovunque. Giarre e il versante ionico etneo con Acireale e Fiumefreddo tra le zone più piovose del Sud Italia non sono ovunque. Un tasso di umidità costantemente alto durante la stagione non è ovunque. È questa combinazione di fattori a facilitare lo sviluppo delle piante e l’abbondanza di frutti davvero validi. La distintività sta lì: nella nicchia. È quello che abbiamo fatto con il contratto di filiera con Lidl e quello che stiamo facendo con tante altre insegne della grande distribuzione, in Italia e fuori. Un po’ come un ristorante italiano che si distingue nel panorama dei ristoranti della sua via.
C’è un mercato estero che vi ha sorpreso in positivo, e uno dove avete trovato più resistenza del previsto?
Quello che mi ha colpito in assoluto, in Europa, è la Francia insieme alla Svizzera, ma principalmente la Francia. Perché lì consumano l’avocado come noi consumiamo le arance: si raggiungono quasi due chili pro capite. Hanno una conoscenza storica del frutto, e conoscerlo significa saper distinguere un avocado buono da uno scarso. È un mercato che mi ha sempre dato soddisfazione.
Quanto contano la prossimità e la freschezza nel racconto commerciale all’estero?
Conta l’Etna, conta la nostra vita quotidiana in campagna, conta l’identità rispetto a un avocado magari buonissimo, non lo mettiamo in dubbio, ma che arriva da lontano e non sai da chi viene coltivato. Oggi “Sicilia” e “avocado” sono collegati: alla terra vulcanica, alla nostra attitudine, alla nostra passione. Ed è tanto. Guardi la mia prima intervista, avevo 24, 25 anni: parlavo esattamente di questo, con la consapevolezza che avremmo gettato basi solide, legate al territorio. Il territorio ci ha dato tanto, e noi continuiamo a restituire.
In questa restituzione rientra anche il progetto Superavocado?
È un progetto concluso, che ha dato grandi risultati: ha gettato le basi per uno studio approfondito dell’avocado, sulla ricerca, su nuove tecniche di raccolta e post-raccolta. Ne sono stato capofila, insieme ad altre aziende che ci hanno creduto. E continuerò a credere nei progetti innovativi legati all’agricoltura.
Torniamo a un tema che ha toccato prima: il cambiamento climatico e la dipendenza dagli eventi meteorologici. Come si difende la qualità di un prodotto?
Le rispondo in modo diretto: buon lavoro, e basta. Il cambiamento climatico è obiettivamente in atto, su questo non ci sono dubbi. Ma non è “il caldo”: le sue conseguenze sono siccità, bombe d’acqua, grandinate, trombe d’aria, eventi atmosferici aleatori, imprevedibili, estremi. Caldo e freddo insieme. Ed è il peggior nemico dell’agricoltura, e del tropicale in particolare, perché il tropicale e il subtropicale hanno bisogno di una fascia climatica costante.
Quindi il caldo non è un alleato dell’avocado, come si potrebbe pensare?
Al contrario: è il suo peggior nemico. Servono temperature miti. In Sicilia non so nemmeno quanti microclimi esistano: se non coltivi in un areale adatto, se non segui la vocazione del territorio, hai una pianta che cresce ma non produce, o che produce poco, o che ti muore dal troppo caldo. Da noi le temperature alte sono calmierate dall’umidità: l’anno scorso abbiamo superato l’87%. Trenta gradi a Ragusa e trenta gradi a Giarre non sono la stessa cosa e quell’umidità, per noi, è la salvezza.
Oltre all’avocado, c’è un altro frutto su cui punterebbe?
Abbiamo già puntato: avocado, mango, papaya. Il brand forte è Sicilia Avocado, perché è quello che fa share e marketing, ma abbiamo anche La Mango e Dal Tropico, e seguiamo la stagionalità. E guardi, il nome stesso è la risposta di quando avevo 22, 23 anni: oggi, se chiamassi un’azienda “Sicilia Avocado”, mi prenderebbero per banale, per scontato. Ma allora dovevo collegare alla Sicilia un frutto che immaginavo sarebbe esploso e chi se lo immaginava, l’avocado? Il paniere oggi è sostenuto da oltre 80 aziende agricole e più di 260 ettari di coltivazione, sotto brand diversi.
Immagini la Sicilia tra dieci anni: la frutta tropicale sarà una realtà strutturale dell’agricoltura o ancora una scommessa?
Sarà un dato di fatto, ma sarà anche un cerchio che si restringe. Ci sarà chi è andato avanti crescendo gradualmente, seguendo i canoni e la vocazione del territorio. E chi ritirerà i battenti perché ha fatto il passo più lungo della gamba: scommettendo senza conoscere le esigenze agronomiche delle piante, su territori che non sono vocati. Punto.
E il rischio più grande che vede per il settore?
La perdita di credibilità. La credibilità fa parte della nostra attitudine: quando si racconta la Sicilia, la si deve raccontare con orgoglio, ricordando la storia e la tradizione, ma bisogna essere credibili. Il rischio è che qualcuno esageri e cada e cadendo faccia cadere gli altri. È un po’ come in politica: gente onesta ce n’è, non ci sono dubbi, ma il primo che ruba, rubano tutti.
La Sicilia può essere vittima di questa generalizzazione?
Può esserlo, è sempre accaduto con i boom di altre colture, mi ricordo quello del melograno. Noi dobbiamo imparare a fare le cose bene, a farci supportare, seguendo una strada che valorizzi non solo la propria azienda ma tutta la Sicilia. Altrimenti il rischio è davvero cadere.
Tra dieci anni immagino un gruppo Sicilia Avocado sempre più grande, con dentro aziende agricole che sono la nostra memoria: alcune coltivano avocado da oltre quarant’anni. Quando ho iniziato, sono andato a bussare alla porta di chi aveva piantato negli anni Sessanta, Settanta, Ottanta, terreni non dico abbandonati, ma poco valorizzati e ho detto: fidatevi di me. Per questo sento una responsabilità grande, e sto attento a quello che dico e che faccio. La mia vita è una costellazione di errori, e gli errori li accetto: quello che non accetto è ripetere la stessa sciocchezza due volte.
Una responsabilità legata, di nuovo, alla credibilità.
È il valore più grande che possiamo avere, in qualsiasi settore. A volte, per troppo egoismo, per incoscienza, per mancanza di consapevolezza o per troppa foga ed entusiasmo, ce lo dimentichiamo — e si finisce per costruire una società priva di valore. Perché il valore non è il buongiorno e il buonasera.
C’è poco spazio per la retorica del miracolo agricolo: ci sono una costellazione di errori rivendicati, un padre magistrato che ha avuto il buon senso di lasciar fare, sessant’anni di ricerca scientifica a cui restituire il merito e una convinzione che ha attraversa tutta la nostra conversazione: la vocazione del territorio non si forza, si segue. È la differenza tra chi vede nell’avocado un investimento e chi ci vede l’ennesimo capitolo di una storia agricola che in Sicilia si chiama, da sempre, tradizione. Tra dieci anni, dice Andrea Passanisi, il cerchio si restringerà: resterà chi è passato dal piano terra, vivendo la campagna. Perchè alla fine nel tropicale siciliano, come altrove, la credibilità è l’unico frutto che non si può importare.