Un’italiana a Cuba senza biglietto di ritorno: “Ho smesso di cercare il comfort e ho trovato il senso”

Federica Basili 8 Apr 2026
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C’è chi va a Cuba per una settimana di mare e mojito, e c’è chi ci rimane. Lia è una di queste persone: italiana, arrivata sull’isola per la prima volta nel 2023 con un viaggio organizzato e una valigia piena di domande su sé stessa, a fine gennaio 2025 è ripartita senza biglietto di ritorno. Da allora vive all’Avana, racconta Cuba come si vive davvero — non come si vende — attraverso il progetto unitalianaacuba, e costruisce ogni giorno qualcosa di raro: un ponte autentico tra due mondi lontanissimi per storia, economia e abitudini quotidiane. Le abbiamo chiesto di raccontarci com’è fatta, dall’interno, la Cuba che non appare nelle guide. 

 

“Un’italiana a Cuba” è già tutto un programma. Come sei finita a vivere lì — è stata una scelta razionale, un colpo di testa o una via di mezzo?  

Sono venuta a Cuba per la prima volta a febbraio 2023: il mio primo viaggio dall’altra parte del mondo, da sola. In realtà era un viaggio organizzato, ma con persone che non conoscevo. La settimana è volata e abbiamo visto poco più che il resort e le spiagge di Varadero, meravigliose ma limitate alla facciata turistica. A cambiare tutto, a dare uno “scossone” alla mia vita, è stato l’incontro con una persona del posto. In quel periodo stavo già vivendo una fase in cui riflettevo molto: su chi fossi e cosa volessi, sul conoscere se stessi, sull’autorealizzazione, sul senso della vita. Quell’incontro mi ha fatto capire che esistono altri mondi, altri modi di vivere oltre alla “bolla” in cui sono nata e cresciuta. È iniziata così una relazione a distanza durata due anni, durante i quali tornavo a Cuba puntualmente ogni sei mesi. Trascorrere tempo con lui e la famiglia in un paesino tra i campi mi ha permesso di conoscere una realtà molto diversa da quella turistica. Mi ci sono voluti due anni per organizzarmi, soprattutto a livello economico, per fare il passo decisivo. A fine gennaio 2025 sono partita senza biglietto di ritorno. I primi mesi di adattamento, soprattutto all’Avana che non conoscevo, sono stati intensi e tosti. Nel frattempo la relazione è finita, e oggi credo che fosse più un “pretesto” per non perdere il legame con l’isola. 

Un fatto curioso: quando ho deciso di partire la prima volta, non avevo nemmeno i soldi per il volo. Lo pagavo un po’ alla volta con ogni stipendio. In testa avevo chiaro, non sapevo esattamente come, ma che sarei partita per Cuba.Da lì a un anno (febbraio 2024) ho viaggiato a Cuba 4 volte. 

Non la definirei né una scelta azzardata né razionale. Ho seguito quello che sentivo, quello che volevo nel profondo, quello che mi faceva stare bene e che mi dava quel senso nella vita che stavo cercando. 

 Quando sei arrivata, avevi già in mente di fare contenuti, o il progetto è nato  dopo, come risposta a quello che vedevi attorno a te?  

 La prima volta che sono stata qui avevo chiaro che volevo tornare e capire di più. Poi nelle volte successive è nata l’idea del progetto. Sentivo il bisogno di raccontare la realtà cubana per quella che è, al di là degli stereotipi, e di fare un po’ da ponte tra due mondi: l’Italia, da cui vengo, e Cuba, con cui ho sentito fin da subito un legame di appartenenza. All’inizio condividevo qualche contenuto sulla mia pagina personale, solo a maggio dell’anno scorso ho deciso di aprire le pagine di unitalianaacuba. Nei primi mesi sono stata un po’ altalenante, senza una grande costanza, quindi i primi veri risultati sono arrivati intorno a luglio 2025. 

Come ti ha cambiata vivere a Cuba? C’è una cosa che davi per scontata in Italia  e che sull’isola hai dovuto reimparare da capo?  

Sì, vivere qui mi ha insegnato tante cose. La prima è che si può vivere anche con meno “comfort”: una vita più semplice, ma più a misura d’uomo. Ho imparato davvero cos’è l’adattamento. Ho sempre avuto un certo spirito di adattamento, quello da viaggio zaino in spalla, un po’ all’avventura. Ma finché si trattava di viaggi era un tempo limitato, impararlo nella vita quotidiana è un altro paio di maniche. Vivendo a Cuba ho abbassato il mio livello di comfort, e non è stato immediato. Ti faccio un esempio simbolico: da ragazzina, una volta si era rotta la caldaia a casa mentre stavo facendo la doccia, era inverno. Mia nonna mi aveva scaldato l’acqua sul gas e me l’aveva portata in un secchio per finire di lavarmi. Io, da ragazzina capricciosa, finì di farmi la doccia brontolando tutta scocciata. Oggi per me fare la doccia con il secchio d’acqua calda e il “cubito” è la normalità. E nei giorni più freschi all’Avana è uno dei miei momenti di piacere quotidiano farsi una doccia calda, anche così. Ho imparato ad apprezzare di più le cose e a distinguere tra ciò che è davvero necessario e ciò che è solo una comodità. E spesso, quelle che pensiamo indispensabili… in realtà non lo sono. 

Un’altra cosa che ho imparato è creare una rete di relazioni con le persone. A cuba non ti muovi da solo, ti muovi per contatti, è necessaria avere una rete d’appoggio.

C’è una differenza enorme tra chi racconta Cuba come turista e chi la viveogni giorno. Come si vede questa differenza nei tuoi contenuti? Cosa riescia mostrare che un travel blogger di passaggio non potrebbe mai vedere?  

 Cuba è una realtà che cambia a una velocità incredibile. La Cuba della crisi del carburante di oggi non è la stessa di due mesi fa, e non assomiglia nemmeno a quella di un anno fa. È un contesto in continuo cambiamento. Chi passa sull’isola per un periodo breve difficilmente coglie l’evoluzione degli eventi o le dinamiche che portano al cambiamento. Spesso si ferma a una fotografia del momento, e nella maggior parte dei casi tende a raccontare soprattutto gli aspetti più critici. Non credo nemmeno che possa cogliere le mille sfumature e realtà che coesistono sull’isola. Nello stesso isolato puoi trovare i resti di un edificio crollato e, dall’altra parte della strada, una splendida villa ancora perfettamente mantenuta. Puoi trovare caffetterie “ambulanti” che vendono il caffé a 20 pesos e caffetterie stile europeo/occidentale dove un caffé costa 350 pesos. Entrambe sono frequentate da cubani. Puoi vedere persone in fila alla bodega per il pane sussidiato con la libreta e, poco più in là, altre in coda davanti a una mipyme (bottega privata) per prodotti che costano anche un terzo dello stipendio medio.  

Inoltre credo che cambio l’accesso al punto di vista delle persone. I cubani non si aprono subito: prima di parlare liberamente hanno bisogno di fidarsi. E questo è qualcosa che puoi costruire solo nel tempo, vivendo il posto. Quando ci convivi ogni giorno, inizi a vedere e capire dinamiche che da fuori restano inacessibili. Ed è proprio lì che cerco di portare i miei contenuti: non solo nel “cosa si vede”, ma nel “come si vive”. 

 Cuba è un paese complicato da raccontare — politicamente, socialmente,  emotivamente. Come gestisci questa complessità quando crei contenuti?  

 Cerco di non espormi politicamente, credo sia inutile accendere ulteriori dibattiti. Il mio scopo è trasmettere quello che vedo e vivo in prima persona vivendo in questo Paese appunto molto complicato, molto diverso dall’Italia, con una cultura e una storia uniche. Cerco di mantenere il focus sulle persone, che credo che sono ciò che meritano visibilità: la vita quotidiana, le storie individuali, i progetti locali. Possono essere nuovi locali, artigiani, piccole realtà imprenditoriali, luoghi, realtà autentiche e innovative. È un modo per far vedere Cuba da dentro, senza semplificarla ma nemmeno ridurla solo alle sue difficoltà. 

 La tua community italiana ti chiede soprattutto consigli pratici per viaggiare, o  c’è anche chi è curioso della vita quotidiana, della Cuba “vera”?  

 Nel 90% dei casi, le persone che mi contattano mi chiedono se le notizie che arrivano sono vere e com’è davvero la situazione sull’isola. Succedeva durante il periodo dell’epidemia di Chikungunya e Dengue, e ancora oggi con i blackout. 

C’è però anche una parte di community che va oltre il viaggio in sé ed è interessata a capire come si vive davvero qui. In un Paese pieno di contrasti, da una parte l’immagine da cartolina della vita ai Caraibi mare e mojito, dall’altra una realtà fatta di difficoltà e contraddizioni. 

 C’è qualcosa di Cuba che pensi venga raccontato male, o in modo distorto, da  chi non ci vive?   

Sì, secondo me spesso Cuba viene raccontata in modo un po’ riduttivo. Passa l’idea di un Paese semplicemente povero, dove le persone muoiono di fame. È vero che esistono difficoltà importanti: ci sono persone che fanno fatica ad accedere a beni di prima necessità o che hanno un’alimentazione molto basica. Ma la povertà non è una realtà esclusiva di Cuba, esiste ovunque. Se pensiamo all’Europa stessa, quante persone vivono per strada? O, su scala ancora più ampia, realtà come l’India? Eppure non riduciamo l’immagine di questi Paesi solo a quello. Ecco, con Cuba spesso si tende a semplificare. In realtà è una realtà molto più variegata, fatta di contrasti, di sfumature, di situazioni complesse. Ed è proprio questa complessità che secondo me andrebbe raccontata meglio. 

 Hai mai pensato di strutturare il progetto in modo più organizzato — un blog, una  guida, una newsletter, qualcosa di più duraturo dei post social?  

 Sì, è qualcosa su cui sto già lavorando. Sto costruendo il mio sito web, che oltre a raccogliere i miei servizi avrà anche una sezione blog. L’idea è quella di creare uno spazio più approfondito, dove raccontare la vita qui, pillole di cultura cubana, e dare visibilità ai progetti locali di cui parlavo sopra: realtà piccole ma molto interessanti, che meritano di essere conosciute. In generale sento il bisogno di creare qualcosa di più duraturo, che resti nel tempo e che mi permetta di approfondire certi temi. 

 C’è un progetto che ti gira in testa e che ancora non hai avuto il coraggio, il  tempo o le risorse per realizzare?  

 Sì, ed è un progetto che in realtà vedrà la luce molto presto. Si tratta di una experience bag, ovvero una confezione che unisce diversi prodotti locali, artigianali e sostenibili. L’idea è quella di creare un’esperienza sensoriale, sono tutti prodotti che si possono utilizzare e consumare (non faccio spoiler 😄), quindi non il classico souvenir, ma qualcosa di autentico, quasi come un piccolo viaggio a Cuba attraverso profumi, sapori e materiali. È pensata sia per chi è stato a Cuba e vuole portarsi a casa un ricordo diverso, sia come modo concreto per sostenere progetti locali, perché verrà spedita anche in Europa.  

 Vivere a Cuba significa anche fare i conti con limitazioni che in Europa non  esistono — internet, burocrazia, approvvigionamenti. Come riesci a lavorare  come creator in questo contesto? 

Sì, è vero: vivere e lavorare qui significa confrontarsi ogni giorno con una serie di complicazioni. Mi è capitato, ad esempio, di avere problemi con account pubblicitari sui social o con il conto bancario, semplicemente perché compariva la parola “Cuba” in alcune operazioni. Sono sfide che richiedono tanta pazienza, si impara ad affrontare una cosa alla volta, cercando sempre soluzioni alternative. (Questa è un’altra delle lezioni che mi ha insegnato vivere qui). Paradossalmente, la connessione internet è uno dei problemi minori: lavoro soprattutto di notte, quando in Italia è giorno, e la connessione è più veloce. Durante il giorno, invece, mi piace lavorare da caffetterie o spazi di co-working che mettono a disposizione il wi-fi. 

 Ti vedi a Cuba tra cinque anni? E il tuo progetto, dove vorresti che fosse?  

Sì, mi piacerebbe essere ancora a Cuba tra cinque anni. Mi vedo continuare su questa strada, come un ponte tra i due Paesi: l’Italia e Cuba. Renderlo sempre più solido e utile, sia per chi vuole venire a a Cuba e conoscerla dietro alla facciata turistica, sia per le realtà locali che voglio supportare. 

 Se dovessi dare un consiglio a un italiano che vuole trasferirsi a Cuba o semplicemente visitarla in modo autentico, cosa gli diresti che non si trova su nessuna guida? 

 Gli direi di viaggiare in un modo più consapevole e solidale. Ed è un concetto che non limito a Cuba, credo sia un tema di cui si dovrebbe parlare di più. Di non arrivare con l’atteggiamento dello “straniero consumista”, forte di un potere d’acquisto più alto. Inoltre gli direi di uscire dai circuiti del turismo di massa. Di provare davvero ad avvicinarsi alla realtà locale con empatia e rispetto. Significa anche creare relazioni: con il vicino di casa, con chi lavora nelle botteghe e nei negozi, con le persone che si incontrano ogni giorno. Cercare un dialogo, uno scambio. Non solo capire loro, ma anche raccontare la propria realtà: molti cubani sognano di viaggiare ma non ne hanno la possibilità, e il confronto con chi viene da fuori diventa una finestra sul mondo. A chi viaggia a Cuba in questo momento direi anche di lasciare a casa le pretese di comfort e di ad adattarsi almeno un po’ in viaggio. Se salta la corrente, invece di innervosirsi perché non c’è connessione o non si può guardare la televisione, di uscire fuori, farsi una birra con i cubani, giocare a domino, fermarsi a parlare… anche senza parlare la stessa lingua, un modo per capirsi si trova sempre. Di non riempire le giornate con itinerari rigidi, ma di lasciare spazio all’imprevisto. Saranno le cose che porteranno nel cuore di Cuba. 

  

Questo non è un invito romantico alla fuga, ma qualcosa di più preciso: un promemoria che esistono altri modi di stare al mondo, e che spesso li scopriamo solo quando smettiamo di cercare le comodità che diamo sempre per scontate.