Un fiore sardo sfida Aalsmeer: l’algoritmo che vuole riscrivere la filiera floricola italiana

Un figlio di fiorista, un matematico esperto di machine learning e una professionista della comunicazione. Non è l’incipit di una barzelletta, è il team che ha fondato Bloom LABS — e che ha deciso di attaccare uno dei mercati più conservatori e logisticamente ingessati che esistano: quello dei fiori recisi. L’idea è tanto semplice da enunciare quanto complessa da eseguire: eliminare la stagionalità dalla floricoltura attraverso indoor farm controllate da algoritmi proprietari, produrre in Sardegna quello che oggi arriva in camion refrigerati dall’Olanda o in aereo dall’Africa, e consegnarlo fresco il giorno stesso. Bloom LABS è passata dal premio CPlus+ dell’Università di Cagliari alla StartCup Sardegna, dall’incubazione a The Net Value al percorso Boost Your Ideas di Lazio Innova. Ogni tappa ha lasciato qualcosa — un cliente, un canale, una correzione di rotta. Adesso il pilot con i primi fioristi è in corso, i dati stanno arrivando, e il Seed round si avvicina.
Un figlio di fiorista con una laurea in data science, un matematico specializzato in machine learning e una professionista della comunicazione. Bloom LABS nasce da un incrocio di competenze che non ci si aspetterebbe in una startup floricola. Come si è formato questo team, e cosa vi ha convinto che l’intelligenza artificiale potesse risolvere qualcosa che secoli di floricoltura tradizionale non avevano ancora risolto?
Il viaggio di Bloom LABS inizia nel 2022 da un incontro quasi casuale, ma guidato da una visione comune: rivoluzionare il mercato con qualcosa di mai visto prima. Tutto è partito tra i banchi del CPlus+, il percorso sull’imprenditorialità e l’innovazione organizzato dal CREA, il Centro Servizi per l’Innovazione e l’Imprenditorialità dell’Università di Cagliari. È qui che il nostro CEO, Silvio, e Maddalena, si sono conosciuti, uniti dall’obiettivo di acquisire gli strumenti necessari per trasformare un’idea ambiziosa in una startup concreta.
L’intuizione è nata da Silvio: sviluppare una tecnologia capace di abbattere il limte della stagionalità nel settore floricolo. Un’idea che ha convinto subito e che ci ha portato, alla fine del percorso, a vincere il primo premio. Quel successo ci ha aperto le porte di The Net Value, incubatore certificato con sede a Cagliari, dove abbiamo iniziato a dare forma al nostro progetto.
Il team si è poi completato con l’arrivo di Riccardo, matematico ed esperto in AI e Machine Learning. Con la sua passione, ha portato l’automazione hardware e l’addestramento degli algoritmi a un nuovo livello, permettendoci di studiare i fiori con precisione scientifica.
Siamo un team solido, unito e dalle competenze verticali. La nostra sinergia non è passata inosservata: nel 2023 siamo stati infatti premiati come “Miglior Team” durante la finale della StartCup Sardegna, di cui siamo stati vincitori.
Oggi continuiamo a lavorare con la stessa energia degli inizi, pronti a vedere l’evoluzione di ciò che abbiamo creato in un mercato dinamico e promettente.
Avete attraversato CPlus+, l’incubazione presso The Net Value e la Start Cup Sardegna — vincendola. Ogni tappa ha lasciato qualcosa di concreto. Cosa avete imparato in ciascuno di questi percorsi che non avreste potuto imparare da soli, e c’è stata una svolta — un consiglio, un incontro, una critica — che ha cambiato davvero la direzione del progetto?
Ogni passo compiuto finora è stato un tassello fondamentale per la nostra crescita. Non è stata solo una sequenza di eventi, ma un’evoluzione consapevole che ci ha permesso di trasformare una visione ambiziosa in un’azienda strutturata. Ogni sfida ci ha offerto la lucidità necessaria per compiere scelte strategiche e guidate. Ecco le tappe che hanno definito il DNA di Bloom LABS:
- Il CPlus+: Il percorso del CREA ci ha fornito le fondamenta, qui abbiamo imparato a costruire un’idea da zero, a studiare il mercato con occhio critico e a tradurre la nostra passione in numeri concreti per gli investitori. È in questa fase che abbiamo delineato il nostro modello di business e iniziato a tessere quella rete di contatti che ancora oggi ci sostiene.
- The Net Value: l’approdo a The Net Value è stato il momento della svolta operativa. Immersi in un ecosistema di imprenditori, aziende e investitori, abbiamo trovato l’ambiente ideale per lavorare sul nostro primo prototipo. Qui, la ricerca e lo sviluppo si sono concentrati nel validare la nostra tecnologia, dimostrando che era possibile superare il limite della stagionalità. Tale crescita ci ha portato rapidamente a sentire il bisogno di una sede più ampia, capace di ospitare le nostre prime camere di crescita simultanee
- StartCup Sardegna e PNI: Con la StartCup Sardegna abbiamo affinato le nostre competenze sul business plan, grazie al confronto costante con mentor e professionisti del settore startup. La partecipazione al Premio Nazionale per l’Innovazione (PNI) poi ha allargato i nostri orizzonti: confrontarci con realtà consolidate e scoprire nuove tecnologie ci ha dato l’ispirazione necessaria per alzare l’asticella, attivando collaborazioni preziose con altri innovatori.
- Deep South Musa: l’esperienza in Puglia con il Deep South Musa è stata una vera e propria palestra per la strategia di go-to-market. Ci siamo messi alla prova con la definizione delle buyer personas, le tecniche di vendita e il consolidamento del team building, elementi essenziali per passare dalla fase di laboratorio a quella di mercato.
Ogni percorso ci ha lasciato un insegnamento prezioso o una prospettiva inesplorata. Abbiamo imparato a riconoscere quando una strategia di business era troppo fragile o un modello logistico eccessivamente oneroso, correggendo il tiro in corso. Oggi Bloom LABS è il risultato di tutti questi “tasselli”, incastrati con cura per creare un futuro dove la tecnologia è al servizio del mercato dei fiori.
I vostri algoritmi regolano luce, temperatura e umidità per ricreare l’ambiente ideale di ogni fiore. Ma ogni specie ha esigenze diverse, e ogni fase della crescita anche. Come si costruisce questo “profilo climatico” per una pianta — e quante iterazioni, fallimenti e fiori morti ci sono voluti prima di trovare i parametri giusti?
Il punto di partenza è ciò che già sappiamo della specifica cultivar: informazioni che possono derivare dalla letteratura scientifica, da paper di ricerca o da conoscenze agronomiche consolidate, come ad esempio il periodo di fioritura, le condizioni climatiche o il comportamento della pianta nel suo ambiente naturale. Il primo obiettivo è quindi ricreare il più fedelmente possibile queste condizioni, per poi iniziare a ottimizzarle.
In questa fase iniziale, inevitabilmente, ci sono tentativi che non vanno a buon fine: qualche fiore si perde, anche un intero ciclo, altri crescono con una qualità inferiore alle aspettative.
È importante distinguere tra due momenti: la definizione di una “ricetta climatica” di base e la sua successiva ottimizzazione. Poiché partiamo da conoscenze agronomiche già esistenti, servono generalmente 4 o 5 cicli di crescita per arrivare a un primo protocollo affidabile. A seconda della cultivar, questo può significare da sei mesi fino a un anno di lavoro solo per costruire la base. Da lì in poi, però, il processo non si ferma: l’ottimizzazione è continua, perché ogni nuovo ciclo genera dati che ci permettono di affinare ulteriormente il nostro algoritmo.
Producete fiori recisi tutto l’anno in Sardegna, eliminando la stagionalità. È un vantaggio enorme per fioristi, wedding planner e grossisti locali. Ma il mercato dei fiori in Italia è dominato da produzione olandese e importazioni a basso costo. Come compete un fiore km zero, prodotto in indoor farm con tecnologia avanzata, sul prezzo — e chi è davvero disposto a pagare di più, e perché?
Il mercato floricolo è un settore vasto ma legato a logiche tradizionali e inefficienti. Oggi, la maggior parte dei fiori venduti in Italia proviene dall’estero, principalmente dalle aste olandesi. Questo implica lunghi tempi di trasporto via nave, aereo o gomma, che si traducono in elevati costi logistici, un forte impatto ambientale in termini di CO2 e una qualità compromessa: un fiore reciso dieci giorni prima di arrivare in negozio è un prodotto già deteriorato.
In questo scenario, i fioristi devono gestire il rischio costante della deperibilità e l’incertezza di non poter garantire la massima freschezza per eventi cruciali, come i matrimoni, specialmente quando richiedono varietà fuori stagione.
Il nostro modello Flower-as-a-Service nasce per risolvere queste criticità. Attraverso un abbonamento, il fiorista “affitta” un’area di coltivazione dedicata all’interno delle indoor farm, assicurandosi una fornitura programmabile di fiori freschissimi e locali durante tutto l’anno. Sebbene il prezzo per stelo sia posizionato in una fascia premium, i fioristi che hanno scelto il nostro servizio riconoscono nel costo un investimento profittevole. La loro soddisfazione deriva dalla costanza delle consegne anche nei periodi più difficili, dal valore di un prodotto realmente locale e dalla sostenibilità garantita del processo. Il nostro modello elimina gli sprechi, garantisce sicurezza operativa e assicura il successo di ogni allestimento, trasformando un costo in un vantaggio competitivo.
Le vostre indoor farm sono strutture mobili che possono essere vendute o noleggiate. Sono quindi sia un prodotto hardware che un servizio in abbonamento algoritmico. Come avete deciso dove far stare il vero valore economico — nella farm fisica o nel software che la fa funzionare — e come costruite la relazione con il cliente dopo la prima vendita?
Il vero valore distintivo di Bloom LABS risiede nel nostro software di automazione proprietario, il cervello che governa l’intera struttura. È proprio grazie a questa tecnologia che siamo in grado di coltivare simultaneamente diverse specie floreali, ognuna con le proprie esigenze specifiche. Il software gestisce infatti precise “ricette di coltivazione” che regolano in tempo reale microclimi personalizzati: temperatura, umidità e ventilazione sono calibrati per ricreare l’ambiente ideale per ogni varietà.
Hardware e software operano in una sinergia perfetta, permettendoci di sostenere un modello di ricavo solido e innovativo: il noleggio di aree di coltivazione all’interno delle nostre farm.
La validazione del nostro modello è partita dalla Sardegna, dove abbiamo avviato una fase di test pilota coinvolgendo i fioristi locali. Attraverso un contatto diretto, abbiamo presentato la nostra tecnologia e i primi partner hanno accolto con entusiasmo l’innovazione.
Abbiamo già effettuato le prime forniture, partendo dalla produzione dei nostri tulipani, e monitoriamo costantemente il gradimento del prodotto attraverso un dialogo continuo con i professionisti. I feedback raccolti finora confermano che la tecnologia di Bloom LABS non è solo un’innovazione teorica, ma una soluzione concreta e necessaria a un problema reale del mercato floricolo.
Siete finalisti del premio “Startup Sarda dell’Anno” a SIOS25. Nascere e crescere in Sardegna è una scelta identitaria forte — il km zero come posizionamento, il territorio come vantaggio competitivo. Ma è anche un limite geografico quando si vuole scalare. Come immaginate di espandere il modello fuori dall’isola senza perdere ciò che vi ha resi riconoscibili?
Scegliere la Sardegna come punto di partenza è stata una decisione ponderata e sfidante. Siamo convinti che validare il nostro modello in un contesto geograficamente isolato e logisticamente complesso rappresenti il miglior “stress test” possibile: dimostrare che il sistema Bloom LABS funziona qui è la prova definitiva della sua efficacia e adattabilità su scala globale.Non consideriamo la nostra attuale collocazione un limite, bensì un asset strategico. La nostra visione di espansione prevede la creazione di una rete capillare di hub regionali distribuiti strategicamente nel Nord, Centro e Sud Italia. Questo piano di crescita ci permetterà di scalare il business senza cadere nella “trappola della logistica” tradizionale.
L’obiettivo finale è l’internazionalizzazione, restando però fermamente fedeli al concetto di produzione locale e connessa. Attraverso questo modello decentralizzato, ogni territorio potrà disporre di una propria produzione indipendente, sostenibile e accessibile 365 giorni l’anno, abbattendo drasticamente l’impronta carbonica e garantendo una freschezza senza precedenti.
Il settore floricolo ha un’impronta ambientale enorme: l’80% dei fiori venduti in Europa arriva dall’Africa o dall’America Latina, con migliaia di chilometri di trasporto refrigerato, uso massiccio di pesticidi e consumo idrico elevato. Quanto pesa davvero l’argomento della sostenibilità nelle decisioni d’acquisto dei vostri clienti, e quando invece è solo una storia bella da raccontare?
I fioristi vivono spesso un paradosso: per poter offrire al consumatore varietà fuori stagione, si affidano alle importazioni estere che gravano sull’ambiente e compromettono la freschezza del prodotto. Parlando con alcuni di loro, in Sardegna e in tutta Italia, abbiamo raccolto una consapevolezza nuova. I clienti oggi non cercano solo un fiore, ma un gesto di responsabilità verso la natura; i professionisti, dal canto loro, sono stanchi di gestire packaging in eccesso e fiori provati da lunghi viaggi.
Per noi, la sostenibilità non è uno slogan da raccontare, ma una sfida quotidiana. In questa rivoluzione, i nostri tulipani sono in prima fila. Grazie all’indoor farming, coltiviamo in modo etico e intelligente: zero pesticidi, un risparmio idrico del 95% attraverso l’idroponica e una drastica riduzione del consumo di suolo grazie al vertical farming.
Il vostro software monitora lo stato di salute delle piante e ottimizza i cicli di produzione. Con il tempo accumulerete dati su specie, condizioni climatiche, rese e anomalie che potrebbero diventare un patrimonio informativo preziosissimo. Avete già una strategia su come valorizzare questi dati — o per ora la priorità è produrre fiori e far funzionare le farm?
Al momento la nostra priorità è far funzionare al meglio le farm e validare il modello produttivo. Stiamo conducendo un test pilota su un primo gruppo di clienti proprio con questo obiettivo: misurare i ritmi di produzione, verificare l’affidabilità e la continuità dell’output, e valutare la qualità del fiore anche attraverso il feedback diretto dei clienti.
Parallelamente, però, ogni ciclo produttivo e di ricerca genera dati che vengono raccolti e strutturati fin da subito: parametri ambientali, misurazioni e qualità del raccolto. Oggi questi dati servono principalmente a migliorare il prodotto e il processo, ma in futuro potranno diventare un asset proprietario di grande valore. La strategia, quindi, è prima costruire una base dati solida e affidabile, per poi capire come valorizzarla al meglio nel tempo.
Vendete e noleggiate indoor farm, ma anche gli algoritmi che le gestiscono. Questo significa che potenzialmente potreste applicare la stessa tecnologia a colture diverse dai fiori — erbe aromatiche, micro-ortaggi, piante officinali. È una strada che state già esplorando, o la verticalizzazione sulla floricoltura è una scelta precisa e non negoziabile?
In Bloom LABS, abbiamo preso una tecnologia consolidata come l’indoor farming, tradizionalmente legata alla produzione di ortaggi, e l’abbiamo spinta verso nuovi orizzonti. Attualmente, il cuore della nostra produzione si concentra sui fiori, con un focus sui tulipani. Abbiamo scelto di posizionarci in una nicchia di mercato ancora inesplorata e ad alto valore aggiunto: i fiori sono infatti un bene di lusso. Questa scelta strategica ci permette di valorizzare al massimo la precisione e il controllo che la nostra strategia ci offre.
Il nostro percorso di sperimentazione è in continua evoluzione: sebbene il nostro punto di partenza siano le bulbose, stiamo già ampliando i confini scientifici: continueremo a testare la nostra tecnologia su diverse varietà. Abbiamo già avviato test avanzati sulla produzione di talee di mirto, lantana e lentisco, ma non escludiamo di fare ricerca anche su nuove cultivar.
La versatilità del nostro sistema è il nostro punto di forza. Pur mantenendo un legame profondo con il settore floricolo, la nostra struttura è progettata per essere flessibile. Non escludiamo, in futuro, di estendere il nostro know-how a diverse tipologie di cultivar al di fuori del comparto floricolo, applicando il modello Bloom LABS a qualsiasi specie possa beneficiare di una crescita controllata, sostenibile e di qualità superiore.
Cosa avete scoperto, parlando direttamente con questi operatori, che non avreste potuto capire solo dai dati di mercato?
Il confronto diretto con i professionisti in Sardegna ci ha permesso di scoprire una realtà che i semplici dati di mercato non potevano restituire: un settore caratterizzato da una profonda fragilità operativa e psicologica.
Ecco ciò che abbiamo scoperto:
- incertezza: oltre ai numeri, abbiamo percepito lo stress reale legato alla programmazione degli ordini. La paura costante che il carico arrivi deteriorato rappresenta un rischio d’impresa che grava interamente sulle spalle del fiorista;
- limiti finanziari: molti piccoli operatori non dispongono di celle frigorifere adeguate a causa degli alti costi energetici e di acquisto. Questo riduce la loro capacità di conservazione, costringendoli a turni di approvvigionamento frenetici e poco efficienti;
- Il peso ambientale: è emersa una forte insofferenza verso l’enorme quantità di rifiuti plastici derivanti dal packaging dei trasporti internazionali e una reale sofferenza per la mancanza di una produzione locale che valorizzi il territorio.
Insomma, il fiorista non cerca solo un fornitore, ma un partner tecnologico che elimini l’ansia della fornitura, garantendo un prodotto fresco, locale e disponibile tutto l’anno.
Fate parte del percorso Boost Your Ideas di Lazio Innova. Cosa ha significato concretamente attraversare un programma di accelerazione istituzionale per una startup come la vostra, nata in Sardegna con una vocazione territoriale forte e un prodotto che ha bisogno di essere visto e toccato per essere capito? Ha cambiato qualcosa nel modo in cui vi relazionate con il mercato continentale, con i potenziali partner industriali o con gli investitori?
La partecipazione a questo percorso ha segnato una svolta cruciale per la nostra strategia commerciale. Grazie al supporto costante del nostro coach, siamo riusciti a creare un ponte concreto con la GDO (Grande Distribuzione Organizzata), che potrebbe introdurre un nuovo modello di revenue che integra e potenzia quello esistente. Questo mercato, sebbene fosse già nei nostri radar, è rimasto inesplorato fino a oggi: il confronto con esperti del settore ci ha fornito le chiavi giuste per trasformare quell’idea in un canale di vendita strutturato e concreto.
Quali sono i costi reali — energetici, di manutenzione, di personale — di una indoor farm a pieno regime, e come si traduce tutto questo nel prezzo finale del fiore? La sostenibilità economica del modello regge anche se il prezzo dell’energia sale o se un cliente decide di non rinnovare il noleggio?
I costi di una indoor farm a regime si concentrano su tre voci principali: energia, personale e ammortamento degli impianti. Il prezzo finale del fiore riflette questa struttura, ma il punto importante è che siamo competitivi se ci posizioniamo dove vogliamo posizionarci: sulla freschezza, sulla varietà, sulla narrativa locale. Non sulla commodity olandese, dove non vogliamo giocare.
Sulla resilienza energetica: uno shock sui prezzi comprime il margine ma non rompe il modello, soprattutto perché abbiamo le condizioni per coprirci con autoproduzione fotovoltaica (la Sardegna è il posto giusto per farlo) e con contratti pluriennali. È una conversazione che affrontiamo a viso aperto, non un rischio nascosto.
Se tra cinque anni Bloom LABS avesse centrato la propria visione, come sarebbe cambiato il modo in cui i fiori vengono prodotti, distribuiti e acquistati in Italia? E qual è l’ostacolo che, più di tutti, potrebbe impedire che questo scenario si realizzi?
Se centriamo la visione, tra cinque anni in Italia ci sarà una sorta di frattura culturale e di mercato. Da una parte il fiore commodity d’importazione, con la sua logistica intercontinentale e la sua qualità altalenante. Dall’altra il fiore locale, fresco, riconoscibile, con cultivar che oggi semplicemente non arrivano in Italia perché non sopravvivono al viaggio. Il consumatore comincia a distinguere e premiare un prodotto di qualità.
I fioristi indipendenti usano questa differenza come arma competitiva contro le piattaforme online. La GDO, dal canto suo, scopre che il fiore locale year-round è un elemento di differenziazione di reparto che oggi nessuno può offrire. E noi avremo dimostrato qualcosa di più grande del nostro fatturato: che la produzione locale di fiori premium è economicamente sostenibile. Da lì si apre la strada a nuovi fiori e varietà e a un cambiamento strutturale del flusso di valore che oggi passa quasi interamente da Aalsmeer.
L’ostacolo più serio non è la tecnologia, che controlliamo. Non è l’energia, che si gestisce con strumenti noti. È la velocità con cui riusciamo a raccogliere i capitali che servono per costruire l’intera filiera produttiva. Siamo un modello capital intensive, questo è un dato di fatto e non lo nascondiamo. Ma i nostri numeri di produzione per cella, i margini unitari e la prevedibilità della domanda, sostenuta da contratti pluriennali, giustificano ampiamente l’investimento e mitigano in modo sostanziale il rischio. Non stiamo chiedendo di scommettere su una tecnologia in cerca di mercato: stiamo chiedendo di accelerare la costruzione di una filiera che ha già clienti, già margini dimostrabili, già un percorso di scala definito.
Per questo il pilot 2026 con i primi clienti vale più di quanto sembri: non serve solo a validare la tecnologia, serve a dimostrare il modello sul campo. Quei dati sono l’asset più importante che porteremo al tavolo del Seed.
Bloom LABS non sta cercando di fare un fiore più bello. Sta cercando di spostare dove si produce valore in una filiera che da decenni passa quasi interamente da Aalsmeer. È un’ambizione capital intensive, come ammettono senza imbarazzo, e il rischio principale non è tecnologico ma finanziario: raccogliere i capitali abbastanza in fretta da costruire la rete di hub prima che qualcun altro replichi il modello.