“Uccisa nella caserma dei carabinieri”: svolta nell’omicidio di Serena Mollicone

di Daniele Tempera | 30/07/2019

  • Dopo 18 anni c'è una svolta per l'omicidio della diciannovenne di Arce

  • Secondo le nuove prove della Procura la ragazza sarebbe stata uccisa nella Caserma dei Carabinieri di Arce

  • Tra i rinviati a giudizio tre carabineri e due civili: sono moglie e figlio dell'ex Comandante della stazione di Arce

Dopo anni sembra esserci finalmente una svolta per il barbaro delitto di Sara Mollicone, un giallo che va avanti dal 2001. La diciottenne di Arce scomparve il 1°giugno 2001 e venne trovata senza vita in un bosco vicino Anitrella, frazione del frosinate. Per l’autopsia la ragazza sarebbe stata ferita,  e asfissiata successivamente, tramite del nastro adesivo, mentre la morte sarebbe sopravvenuta dopo una lunga agonia. E oggi, al culmine di una nuova inchiesta che tiene conto anche dei rilevamenti dei RIS, la Procura di Cassino ha chiesto rinvii a giudizio per 5 carabinieri e due civili. Parliamo dell’ex comandante della stazione dei Carabinieri di Arce, di Franco Mottola, del figlio Marco e della moglie Anna. E poi del luogotenente dei Carabinieri Vincenzo Quatrale e dell’appuntato Francesco Suprano. E le motivazioni dell’orrendo delitto sembrano farsi, mano a mano più inquietanti.

Perché Serena è stata uccisa?

Perché la ragazza di Arce sarebbe stata uccisa nella Caserma dei Carabinieri e perché in un modo così violento? Sappiamo, dalle parole del padre, che la giovane si sarebbe recata in caserma per denunciare un giro di droga. Secondo la ricostruzione della Procura di Cassino la giovane avrebbe qui ingaggiato una discussione accesa con Marco Mottola, figlio del brigadiere Marco, che l’avrebbe poi colpita. Il forte colpo avrebbe fatto sbattere la testa di Serena contro una porta della Caserma. Il corpo della giovane sarebbe stato poi spostato nel bosco dell’Anitrella, dove la ragazza sarebbe morta asfissiata a causa dal nastro adesivo che le sarebbe stato apportato sulla bocca e sul naso. Da qui sarebbero inoltre cominciati i depistaggi, che avrebbero coinvolto il padre del ragazzo e altri due carabinieri.

Una svolta delle indagini raggiunta grazie alla “rivisitazione approfondita e sistematica” di tutti gli atti procedimentali, svolta con la collaborazione del Comando provinciale dei Carabinieri di Frosinone”,  e grazie all’applicazione “di tecniche all’avanguardia”. Evidenze che rendono la morte di Serena coerenti la tesi accusatoria data “la riscontrata perfetta compatibilità tra le lesioni riportate dalla vittima e la rottura di una porta collocata in caserma” e “la perfetta compatibilità tra i microframmenti rinvenuti sul nastro adesivo che avvolgeva il capo della vittima ed il legno della suddetta porta, così come con il coperchio di una caldaia della caserma”.

 

Un iter giudiziario travagliato

E la svolta che viene dopo anni di interrogative e piste investigative finite nel vuoto. Il primo a essere indiziato per la morte di Serena fu (era il lontano 2002) Carmine Belli, carrozziere di Rocca d’Arce con il quale la ragazza avrebbe dovuto incontrarsi. L’uomo fu prosciolto da ogni accusa nel 2006 dalla Cassazione. Nel 2008 invece aveva destato clamore il (presunto) suicidio di Santino Tuzi, carabiniere reputato come persona informata sui fatti.

«Sono 18 anni che Serena è stata uccisa, è giusto finalmente sapere la verità. Sono fiducioso che, a questo punto, la verità verrà fuori totalmente e chi ha sbagliato deve pagare»ha dichiarato Guglielmo Mollicone, padre di Serena, all’Adnkronos.