La Tunisia tra ramadan e Covid-19 con gli occhi di una scrittrice italiana

28/04/2020 di Daily Muslim

La scrittrice Elena Nicolai, che collabora spesso con Daily Muslim inviando i suoi apprezzati resoconti da Tunisi, ha impiegato il tempo della quarantena per fare ricerca, perfezionare il suo arabo e rivedere le bozze del suo ultimo romanzo, che sarà pubblicato dall’editore Bertoni entro il prossimo natale, scritto proprio tra la Tunisia e il Pakistan.

Quando la nostra collaborazione è partita, erano i giorni dell’uscita nelle sale italiane del film “Hammamet” di Gianni Amelio, e una delle prime cose che abbiamo fatto è stato verificare qual è ancora oggi il legame tra Italia e Tunisia, visto dall’altra sponda del Mediterraneo. Un legame molto forte, che porta numerosi italiani a trascorrere lì la propria vecchiaia, ma porta anche molti giovani studenti a perfezionare gli studi e la lingua.

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Tunisia il lockdown e le impressioni di chi la vive nel corso della pandemia

La grande vitalità della capitale, però, si è arrestata di colpo con il diffondersi della pandemia di Covid-19: «Mi trovo in una situazione strana per cui la città vitalissima, il centro caotico che descrivevo da due anni e che ho appuntato negli abbozzi di future storie i mesi scorsi, ancora in nuce e destinati a una lunga riflessione, sono d’un tratto scomparsi. Il tempo della pandemia è vorace, imprevedibile mentre rende il nostro tempo umano sospeso, tirato come un filo che si tende fragile fino allo stremo. Le strade sono vuote, o troppo ordinate, con le file fuori dai negozi. Ma tutti, ancora, possono prendere le loro baguette e tutto profuma ancora di pane caldo, che a me piace molto».

«Mi sento come se questo tempo sconosciuto mi avesse sopravanzato, scompigliando tutte le carte, obbligandomi a una rincorsa del futuro in fuga. Però, come due anni fa, mi sento a casa. Come se questa città mi consentisse di rielaborare anche la solitudine, e lei no, non mi ha abbandonato. Il silenzio del mattino, così gradito prima che la città scoppiasse nei suoi mille rivoli di vita e lavoro, si allunga ora un po’ troppo nelle strade a dire il vero, anche se mi pare più suggestivo che angosciante, annunciato dalla preghiera del mattino e poi, con l’alba, dal canto del gallo e dai richiami oramai ben distinguibili di molti animali, fra tutti uccellini e cani, come se la natura si schiarisse finalmente la voce».

«Però le voci umane, nelle case, sono molto più distanti se sei da sola e le ascolti senza parteciparvi; battere di mani, canti tradizionali dai balconi o nelle case vicinissime e nel silenzio mi pareva di essere a una festa, anche se ferma alla mia finestra, senza poter vedere».

«La socialità è sospesa, quella nei caffè, nei bar e nei souq, negli affollati mezzi di trasporto, non interrotta, ma aleggiante. Per fortuna, perché io mi sono convinta che a Tunisi non ci si possa sentire mai davvero soli. Nemmeno come stranieri e in tempi di pandemia. Il padrone di casa e la sua famiglia sono diventati la mia famiglia qui, anche se con il distanziamento. Pure i colleghi e gli amici incontrati in questi mesi, anche se solo al telefono. Posso soffermarmi a parlare con i fruttivendoli, con i negozianti delle piccole botteghe e anche con i farmacisti, che scambiano qualche parola in più con me capendo che mi fa tanto piacere, quando esco». «Sono in apprensione costante per la mia famiglia in Italia, riconoscendo che è lì che devo tornare, e dove vorrei ormai ritornare presto. Se sarà possibile».

Cosa succede in Tunisia durante il lockdown

Giovedì 23 aprile, alla vigilia del ramadan, per cui il governo ha deciso di posticipare di due ore il coprifuoco, dalle 18 alle 20, e di prolungare il lockdown fino al 3 maggio, Elena ha incontrato la dottoressa Imen Souissi, direttrice regionale della Sanità nel governatorato di Manouba, uno dei più colpiti del Grand Tunis: «Il rischio, in tutto il paese, è elevato; secondo le stime aggiornate al 20 aprile i casi importati sono 229 mentre gli altri sono dovuti a una contaminazione orizzontale. A Manouba i malati sono curati in centri di isolamento a Monastir, in un albergo che ha dato la disponibilità ad accogliere le persone risultate positive e dove attualmente sono assistiti 21 pazienti e si registrano 4 casi di guarigione».

L’esempio italiano è servito: «misure di protezione e di tutela che hanno permesso di limitare la propagazione del virus. Le autorità tunisine hanno subito deciso di istituire il confinamento totale, chiudere le frontiere, porti e aeroporti agendo precocemente. Anche le regole di igiene, la decisione di chiudere i grandi magazzini, i souq hanno permesso di tenere la diffusione del virus sotto controllo».

Elena si è poi concentrata sulla produzione di dispositivi per la protezione individuale: «La società civile tunisina si è mobilitata per affiancare iniziative di solidarietà alle misure di confinamento e di distanziamento sociale. Alcune sartorie hanno convertito la produzione confezionando mascherine. A Douar Hicher, a circa 8 chilometri dal centro di Tunisi, nonostante le condizioni di indigenza in cui vivono molti cittadini del quartiere, le operaie volontarie dell’atelier Eya Mode realizzano mascherine con tessuti speciali destinate a medici, forze dell’ordine e semplici cittadini per proteggersi dal virus». Elena ha raccolto una testimonianza preziosa dell’impegno militante delle donne tunisine, impegnate in prima fila a sostegno del loro paese e nella battaglia per frenare l’epidemia. Sihem, giovane volontaria dell’associazione Actup: «Lavoro in questo piccolo atelier per fare mascherine e tutte noi qui collaboriamo assieme: faremo mascherine per aiutare un po’ il nostro Paese e per lottare contro il coronavirus che ci ha invaso. E, se dio vuole, siamo una sola mano!».

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