Torna l’incubo Covid-19 in Corea del Sud e scatena l’omofobia

di Daniele Tempera | 11/05/2020

  • Dopo settimane di stasi, i contagi da Covid-19 tornano a salire anche in Corea del Sud

  • La seconda ondata si sarebbe propagata nella vita notturna del quartiere gay di Seul

  • E mentre sui giornali si fanno la lista dei frequentatori dei bar e dei club, sono in molti a temere per la propria privacy

Un paese all’avanguardia, lodato da tutti per l’efficace contrasto al Covid-19. A differenza della Cina, la Corea del Sud è un paese che è riuscito a contrastare efficacemente il Covid-19 anche in un contesto di democrazia, tramite armi efficaci quali sistema di tracciamento ed elevato numero di tamponi effettuati. Eppure, dopo giorni senza nuove infezioni registrati, i contagi sono tornati a salire. Nella giornata di ieri l’aumento è stato di 35 nuovi casi, ventinove dei quali legati in qualche modo a Itaewon, distretto gay della capitale Seul. Una cifra che porta il numero dei nuovi malati nel Paese a 89 con l’incubo delle restrizioni pronto a ripresentarsi.

Perché i nuovi contagi stanno allarmando la comunità LGBT

La nuova ondata di contagi è probabilmente riconducibile a un ventenne portatore del virus che, nella notte tra il 1° e il 2° maggio, avrebbe frequentato numerosi bar e nightclub gay diffondendo la malattia. Un’evidenza che, come riporta il Guardian, ha scatenato un’ondata di omofobia,  con molti quotidiani che non hanno esitato a rivelare i nomi e le età delle persone che hanno frequentato il quartiere e ne hanno animato la vita notturna.

In particolare poi, l’incrocio dei dai dati provenienti dalle carte di credito degli interessati potrebbe portare il Governo a effettuare test di massa sugli avventori dei circoli dove si è scatenato il contagio. Una contingenza che ha portato in molti a temere per la propria privacy. Le autorità affermano di essere riuscite a contattare circa 2400 persone delle oltre 5mila che hanno frequentato i locali dove è stato il giovane la scorsa settimana, ma i test di massa obbligherebbero di fatto molti a un outing non sempre desiderato. Se l’omosessualità non è un reato nel paese asiatico, non si può dire lo stesso per quel che riguarda le discriminazioni, motivo che spinge molti gay a nascondere la propria identità sessuale in famiglia e in ambito professionale.

A superare l’empasse ci prova anche il sindaco di Seul, che ha garantito l’anonimato per tutti quelli che si sottoporranno al test per il Covid-19, annunciando anche una multa salata per chiunque invece salterà il controllo del sangue. Ma la lezione sudcoreana insegna che le forme di contrasto al nuovo coronavirus potrebbero prendere pieghe inaspettate che potrebbero impattare fortemente anche sulle nostre libertà personali.